6 Underground, di Michael Bay

Qui è quando sono morto, diventando un fantasma” dice il personaggio di Uno (Ryan Reynolds) introducendoci nel primo film targato Netflix di Michael Bay. Una mega-produzione di 150 milioni di dollari che abbraccia tre continenti estendendo l’universo immaginario del regista che più di tutti in questo decennio ha testato il dispositivo in senso apertamente attrazionale (come guardare Netflix USA ma sospesi tra Hong Kong e Roma…). Il cinema di Michael Bay, insomma, ha sempre avuto bisogno dello spazio della sala per sfidare gli occhi dello spettatore in una esperienza sinestetica totalizzante che rinnovi costantemente l’originaria “paura del treno” sul grande schermo. E allora cosa succede se persino il regista di Transformers abbraccia con entusiasmo la streaming culture?

Rapida premessa: la lucidissima politica di legittimazione culturale e di allargamento delle nicchie di pubblico che sta perseguendo Netflix ha paradossalmente prodotto in questo 2019 le opere più audaci e avanguardiste di autori come Martin Scorsese (con il dittico Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story e The Irishman che si pone apertamente come laboratorio autoriflessivo sul destino delle icone cinematografiche novecentesche in un nuovo panorama mediale), Steven Soderbergh (con il dittico High Flying Bird e Panama Papers che riflette sulle anestetizzanti derive della tecnica e sulla costante creazione di effetti collaterali cinematografici) e persino Noah Baumbach (con il suo film più intimo e personale Marriage Story che si confronta spericolatamente con i suoi maestri Bergman e Allen). Come in ogni alba di un nuovo medium di massa – quindi di un nuovo sistema di potere delle immagini – si creano zone franche di libertà creativa (pensiamo agli albori della televisione…) dettata proprio dal caos delle regole. E cosa altro è questo 6 Underground se non un film inconcepibile per gli stessi standard produttivi di Bay, inclassificabile per il sistema dei generi contemporanei e stupefacente per le modalità di messa in scena esageratamente fuori-norma? Bay, se possibile, accentua il suo disinteresse per la coerenza interna delle narrazioni moltiplicando l’iperstimolazione percettiva di uno spettatore ormai bombardato da fotogrammi impazziti e sballottolato tra flashback e flashforward fini a se stessi. Un’operazione anche teorica, certo: quanto più piccoli si fanno gli schermi tanto più frammentario e delegato alla contingente attrazione/astrazione del gesto si fa il cinema di Bay che qui rinnova magnificamente la sua fascinazione per le esplosioni di luce e colori (che solo dopo distinguiamo essere auto, palazzi, quartieri o navi). Ma per rimediare il blockbuster più spettacolare sul piccolo o piccolissimo schermo non si può che tornare alle origini dell’action movie – facendolo morire per diventare un fantasma – con personaggi che rinunciano a nome e identità (come in un Walter Hill anni Settanta), rinnovando l’urgenza dei meri corpi in azione (come in un Joel Silver/Jerry Bruckheimer anni Ottanta) proprio perché il transformers in CGI del decennio precedente è diventato oggi lo stesso cinema che si de-forma in ogni nuovo dispositivo di visione. Ecco che la squadra delle sei armi letali messa in piedi dal multimilionario Uno perseguita i meccanismi perfetti della nuova Complex Tv imponendo una decostruzione dell’immaginario che ha rigeneranti radici keatoniane (inscrivendosi nel solco della saga di John Wick, vero apice di questa riflessione nel panorama mainstrem contemporaneo). Questa sporca mezza-dozzina di personaggi gira il mondo alla ricerca dei villain più potenti in una ossessiva società del controllo nella quale solo i fantasmi riescono a rivendicare il cuore selvaggio di un cinema delegato al puro montaggio. Una sorta di sfrenato cineocchio videoluduco che riflettere (in)consapevolmente sulle derive dello sguardo del XXI secolo.

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E allora: il film si apre a Firenze con un inseguimento in auto che sfida ogni limite di spazio e tempo, quindi di prospettiva – visto che proprio Brunelleschi viene allegramente citato… – come fossimo in Assassin’s Creed. Ma se gli stessi protagonisti sono fantasmi senza nome e senza identità, quali regole seguono per comunicare? Ovviamente quelle della “cultura popolare”, come direbbe il vecchio Anorak di Spielberg. Ed è così che 6 Underground diventa una sorta di Ready Player One dell’action movie, dove Bay fa morire le forme e i raccordi del cinema classico e dell’era del blockbuster arrivando a riassumere in un singolo film 8 possibili sequel che forse (non) si faranno. Accontentiamoci della prima missione: per organizzare un colpo di Stato nell’immaginario Turghistan (ambientato per lo più a Taranto…) si colpisce il pericoloso dittatore con le regole dello show business ormai indistinguibili da quelle della politica e della guerra. Le immagini si diffondono a livello planetario e Bay frantuma gli angoli di ripresa e assorbe ogni linguaggio mediale possibile – dal grande spettacolo hollywooodiano della CGI più sofisticata al piccolo portable device seguendo i moti di piazza come in un first person shooter – per poi rallentare improvvisamente il film dall’interno con il “potere magnetico” di Ryan Reynolds che si sente “come un cavaliere Jedi”. L’interattività con le storie diventa un qualcosa di familiare dentro e fuori il film.

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Ed eccoci al punto: proprio come questi 6 personaggi in cerca di azione il blockbuster del XXI secolo deve essere ufficialmente morto per poter sopravvivere come fantasma (su Netflix o su qualunque altro nuovo-mondo dell’immagine) riconoscendosi come magnifico archivio di forme selvaggiamente riattraversato dal nostro sguardo. Il cinema, nel 2019, è più vivo che mai.

 

Titolo originale: id.
Regia: Michael Bay
Interpreti: Ryan Reynolds, Mélanie Laurent, Manuel Garcia-Rulfo, Adria Arjona, Corey Hawkins, Ben Hardy, Dave Franco, Lior Raz, Payman Maadi, Elena Rusconi
Distribuzione: Netflix
Durata: 127′
Origine: USA, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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