7 Giorni, di Rolando Colla

Una singolare vicenda sentimentale che si snoda attraverso i riferimenti simbolici del viaggio, dell’acqua, della scoperta etnografica e di un processo di riabilitazione

L’emerso e il sommerso, ciò che affiora e si mostra e ciò che sfiora e si nasconde. Degli impercettibili puntini neri a collegare, come in un gioco enigmistico, il “sopra” e il “sotto”, quasi boe galleggianti che delimitano un orizzonte all’interno del quale crogiolarsi per sentirsi al sicuro e all’esterno del quale abbandonarsi alla deriva della corrente. Il disegno che ne viene fuori rappresenta le due “rotte” umane e psicologiche che il regista e sceneggiatore svizzero Rolando Colla delinea sulla carta nautica della propria pellicola, proprio come vediamo tratteggiarsi in apertura: due percorsi che, muovendo dalle apparenti e sdrucciolevoli certezze delle proprie esistenze, giungono ad incrociarsi su di un granello di terra circondato dalle acque del Mediterraneo. È la minuscola isola siciliana di Levanzo – appartenente all’arcipelago delle Egadi e che conta 29 abitanti nella stagione invernale – l’approdo e, al tempo stesso, il punto di partenza di queste vite. Nel panorama cinematografico italiano sorprende imbattersi in un prodotto come 7 Giorni, frutto di una produzione italo-svizzera e quinto lungometraggio di finzione del cineasta elvetico. E non è certo la tematica affrontata ad incuriosire lo spettatore e a costituire il tratto peculiare del film: dopo tutto, di tormentate storie sentimentali a metà tra commedia estiva e dramma dalle forti palpitazioni il cinema italiano ridonda, non diversamente da quello francese. Piuttosto, sono il contesto geo-gif critica 2

antropologico e il portato simbolico affidato interamente ad un piccolo borgo marinaro e alla striminzita comunità che lo popola ad allontanare il rischio del “già visto” e dei cliché di genere, dando spessore e nuova linfa al più rappresentato – e bistrattato – dei sentimenti umani attraverso una prospettiva visuale, se non del tutto inedita, sicuramente affascinante e singolare.

Richard e Francesca sono due ex tossicodipendenti che sognano di cominciare una nuova vita e di celebrare il proprio matrimonio sull’isoletta di Levanzo, dove quindici anni prima Richard aveva vissuto un’intensa esperienza nel corso della propria riabilitazione. Il fratello di Richard, Ivan – un botanico francese di mezza età – si reca a Levanzo per organizzare i preparativi della cerimonia. Ad aiutarlo è la migliore amica della sposa, Chiara, una costumista. L’impresa appare da subito ardua, il luogo è isolato dal resto del mondo e l’esigua comunità che lo anima dispone di pochi mezzi. Ma i due sono determinati a far sì che tutto venga allestito alla perfezione e trovano un valido aiuto nella gente del posto. Durante i sette giorni che anticipano l’arrivo della coppia e degli invitati, Ivan e Chiara vivranno un’irresistibile attrazione reciproca: sarà soltanto un’avventura effimera oppure l’inizio di un qualcosa di più profondo, di un sentimento più grande ed autentico di quanto essi stessi siano disposti ad ammettere?

sette-giorni-2016-rolando-colla-003A quattro anni di distanza dal documentario Das bessere Leben ist anderswo (2012), storia di tre vite al crocevia costatagli otto anni di lavorazione, Rolando Colla torna dietro la macchina da presa per dirigere questo curioso ed interessante melodramma, frutto di quattro settimane di prove in teatro e due mesi di set. Presentato nel 2016 al Taormina Film Festival e al Bolzano Film Festival e in concorso per il “Premio Corso Salani” 2016 al Trieste Film Festival, 7 Giorni è una pellicola piuttosto coerente nell’ambito della filmografia di Colla, rivelandone il gusto e il background cinematografico già emersi nei lavori precedenti, in particolare in Oltre il Confine (2002) e in Giochi d’Estate (2011), presentato alla Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia e pure ambientato in Italia, precisamente sulla costiera toscana: una decisa propensione per il linguaggio e le atmosfere del realismo francese e per le suggestioni da amour fou e le tecniche di ripresa della “Nouvelle Vague, Rohmer su tutti, unitamente ad una fascinazione per certo cinema autoriale italiano degli anni Ottanta e Novanta e la sua vena intimista e minimalista. La rappresentazione del “demone” amoroso è condotta attraverso un’efficace serie di accostamenti antinomici e di più o meno espliciti rimandi simbolici e, al tempo, stesso, viene raccontata icasticamente attraverso un largo ricorso alle scene di nudo e di abbandono al rapimento epidermico e sensoriale, non meno che tramite un’attenta indagine, potremmo dire cutanea, dei volti e delle espressioni dei due protagonisti. Come in una scatola cinese, una lettura ne sottende un’altra, di più ampio respiro: l’epifania dell’attrazione, delle pulsioni e delle “piaghe” sentimentali – che si discoprono improvvisamente insopprimibili e libere di segnare corpi ed anime in un preciso spazio geografico incontaminato in cui scorre un tempo “senza tempo” scandito da tradizioni secolari, canti ancestrali e natura selvaggia – offre infatti al regista l’occasione per dissertare sullo scontro tra ipocrisia e conformismo borghese dei moderni contesti urbani e “civilizzati” da cui provengono Ivan e Chiara e mito primigenio e poietico della φύσις. È l’elemento liquido – in una sorta di riproposizione del principio assoluto di Talete – il trait d’union del racconto, nella sua duplice dimensione di sostanza chimica e di vettore dinamico: il mare cristallino che, soggetto agente, erode le rocce e disegna la fisionomia del territorio e che irrora di sale e di iodio pelli, tessuti e capelli è lo stesso mare trasparente che – oggetto fruibile – si lascia solcare e fendere da bracciate possenti e prore robuste. Questa componente amniotica di una mitica “Madre Acqua”, polla che feconda ogni cosa, cela nei suoi abissi tesori antichi di cui si è persa la memoria e accoglie nel suo abbraccio apnoico le ghirlande di fiori che celebrano il rito del matrimonio: l’intera pellicola ne è pervasa e le riprese subacquee – oltre a richiamare vagamente la magia de L’Atalante di Vigo e a regalare qualche momento spettacolare – hanno la precisa funzione di cogliere quei passaggi tra emerso e sommerso di cui si è già detto. Sono fondamentalmente questi tratti a rendere il film godibile e significativo, un qualcosa di più del semplice racconto di evasione e di fuga in una realtà altra in cui accantonare le proprie ossessioni, le proprie maschere e i propri fallimenti. Ma essenziale per la credibilità e la “digeribilità” di una storia d’amore che poteva risolversi in un pericoloso trionfo del déjà vu è anche l’eccellente interpretazione dei due protagonisti, il maturo e collaudato Bruno Todeschini, attore “feticcio” di Patrice Chéreau e diretto da registi del calibro di Jacques Doillon, André Téchiné, Jacques Rivette e Arnaud Desplechin, e l’affascinante Alessia Barela, già diretta da Colla in Giochi d’Estate.

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SCENEGGIATURA: Tutti i corsi in arrivo della Scuola di Cinema Sentieri selvaggi


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Aush_7Giorni_046_lowIvan e Chiara sono i due corpi che su questo mare galleggiano stancamente trascinati da una corrente blanda e a senso unico, prima di provare l’ebbrezza di lanciarsi a nuoto contro di essa. I loro ruoli appaiono sapientemente dosati in un perfetto equilibrio tra punto di vista maschile e femminile. A dare loro la spinta decisiva è questo luogo fuori dal mondo, così terribilmente statico ed inattaccabile dal fluire impazzito della società moderna, questa comunità di vecchi “tenuti insieme” da sentimenti e costumi sobri e basici, così vertiginosamente lontani dalle sfumature schizofreniche del “sentire” urbano. Un luogo che non è per giovani – quei pochi sono piuttosto tonti – e in cui gli anziani, custodi della tradizione, sono destinati inesorabilmente a morire. Eppure è qui, in questa remota landa di civiltà, quasi un’Atlantide in procinto di sprofondare, che i due protagonisti della pellicola mostrano finalmente di “scegliere”, in barba a doveri di riconoscenza, ansie da legame e vissuti traumatici da cui proteggersi. Colla vuole raccontare l’hic et nunc, tralasciando deliberatamente un approfondimento psicologico dei personaggi che, certo, avrebbe potuto donare loro un ancor maggiore spessore drammatico e, soprattutto nel caso di Chiara, una più efficace definizione psicologica: una precisa scelta di sceneggiatura che mette al centro il presente e che va quindi rispettata, per quanto permanga la sensazione di un’occasione sprecata. Su tutto trionfa il “non detto”, secondo un procedimento di scrittura e di messa in scena che appare molto più vicino allo spirito britannico del misunderstanding: soltanto un paio gli episodi che rivelano lampi del passato, sono principalmente gli sguardi a veicolare la propria “provenienza emotiva”. A questo epidermico afflato emotivo e alla rappresentazione quasi documentaristica degli usi e costumi della comunità di Levanzo – senza mai scadere nel didascalico, nel folkloristico e nelle “cartoline da film commission” – il regista elvetico affida la sua narrazione, frammentaria e paratattica come il vissuto dei due protagonisti, con una particolare attenzione alla ricerca fisiognomica e alle sonorità che restituisca la memoria di una civiltà morente. E non è un caso che la parte meno efficace, anzi, un tantino caricaturale, della pellicola coincida con il cambio di ambientazione, quando dall’isoletta delle Egadi ci si sposta nel Trapanese alla ricerca di musicisti e bomboniere per la cerimonia nuziale. Figlio di immigrati italiani in Svizzera, Colla sembra quasi andare alla ricerca di riti ed usanze ataviche che rendano omaggio alle proprie origini e, al tempo stesso, appare evidente l’intenzione di celebrare un altro punto fermo della propria vita e carriera: il festival cinematografico di Locarno, importante punto di aggregazione e catalizzatore culturale della terra dei cantoni, attraverso la sequenza dei fotogrammi dell’infanzia e dell’adolescenza di Richard e di Francesca proiettati sulla facciata di un antico palazzo di Levanzo. La fotografia di Lorenz Merz e Gabriel Lobos e le gradazioni tonali di Timo Inderfurth pure si rivelano funzionali alla ricreazione ambientale e alle suggestioni simboliche, con una luminosità trascorrente e assoluta, scarsamente contrastata, un’amistà di colori appena de-saturati ed una prevalenza di blu e di gialli a potenziare i colori dominanti del mare e del sole.

rsz_aush_7giorni_099Racconta il regista: “7 Giorni parla di un uomo nella seconda metà della vita, deluso dall’amore e dalla sua capacità di amare. È anche una storia personale, connessa con la mia stessa vita ed età. Ho sentito l’esigenza di fare un film contro la rassegnazione. Volevo raccontare la storia di un uomo che si è ritirato perché vuole una pausa dagli altri e soprattutto dall’amore. Ivan è un botanico e vive nel mondo della botanica, scrive articoli accademici e gestisce un erbario. Ha chiuso con l’amore, o almeno così pensa. Mi interessava far vedere che Ivan reprime il proprio problema. Per molto tempo non parla del suo fallimento fino a quando l’incontro con Chiara risveglia la sua voglia di vivere. 7 Giorni è la storia di un uomo che ritorna in vita; anche la stessa isola torna in vita. Levanzo mi ha ispirato dal primo momento: il piccolo villaggio vicino al mare, il faro in rovina, le poche spiagge con ciottoli, la natura selvaggia. Gli abitanti, persone con un certo scetticismo che con il tempo si sono aperte, mi hanno ispirato. Ho deciso di riportare nel film i loro canti, la loro cucina e la loro gioia di vivere, soprattutto nelle scene che rappresentano la festa del matrimonio, e ne sono molto felice. Per gli abitanti dell’isola ho lavorato con attori e attrici siciliani, sia con professionisti che con non professionisti. Sono rimasto particolarmente colpito da Aurora Quattrocchi, che interpreta la proprietaria dell’albergo, e da Gianluca Spaziani, il figlio con un leggero ritardo mentale; trovo la loro riservatezza da isolani molto personale. Gli invitati al matrimonio, amici del gruppo di Richard e Francesca, sono principalmente ex tossici. Anche qui volevo avere una grande autenticità. Il coro è formato da persone comuni, tra i 60 e 75 anni, che vivono a Palermo e nel tempo libero cantano; solo la solista è una professionista. I musicisti li abbiamo infine trovati in un circolo per anziani di Palermo, e suonano ad orecchio”.

7 Giorni si configura in sostanza come un voyage sentimental attraverso la scoperta, per certi versi squisitamente etnografica, della natura più profonda del proprio essere, lungo un percorso che si sviluppa in parallelo tra immagine esteriore di ciò che viene “ripreso” e proiezione interiore di ciò che viene “sentito” e che, insieme, presenta le suggestioni di un νόστος di omerica reminiscenza. Una pellicola ambiziosa ed imperfetta, qua e là appesantita da qualche eccessivo “indugio” stilistico ed intaccata da un editing incostante che privilegia gli aspetti visivi a scapito di quelli acustici, e che tuttavia è capace di catturare lo sguardo e l’interesse anche dello spettatore meno incline alle fibrillazioni del dramma sentimentale.

Regia: Rolando Colla

Origine: Svizzera/Italia, 2016

Interpreti: Bruno Todeschini, Alessia Barela, Marc Barbé, Linda Olsansky, Gianfelice Imparato, Aurora Quattrocchi, Benedetto Raneli

Distribuzione: Solaria Film – Movimento Film

Durata: 96′

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