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7 Piano Sketches, le incursioni pianistiche di André 3000

L’artista di Atlanta con il nuovo progetto esplora la dimensione pianistica, tra improvvisazioni lo-fi, influenze jazz e il fascino del bedroom recording

Di certo non era passato inosservato allo scorso Met Gala quel pianoforte che André 3000 portava sulla schiena, ma se si fosse saputo fin da subito che si trattava di un chiaro messaggio legato al progetto in uscita, il tutto avrebbe assunto una luce ben diversa. Ormai lontano dai territori del rap, l’ex Outkast ha intrapreso una svolta mistica che due anni fa ha preso forma in New Blue Sun, un disco ingombrante nella durata ma sorprendentemente ispirato, nato dalla scoperta del flauto contralto e di altri strumenti a fiato come il bansuri, lo shakuhachi e flauti nativi, e nella conseguente svolta jazz spirituale e ambient cosmica, in cui si incontrano le visioni di Alice Coltrane e quelle più recenti di Shabaka Hutchings.

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Il nuovo progetto – uscito a sorpresa lo scorso 5 maggio – porta il titolo 7 Piano Sketches, un EP strumentale composto da sette brevi brani per pianoforte, per un totale di circa 16 minuti. André 3000 torna nel territorio dell’improvvisazione, ma queste incursioni al piano risalgono a dieci anni fa, registrate con un approccio lo-fi utilizzando un iPhone o un microfono del laptop e pensate inizialmente per uso personale. In un post su Instagram, l’artista ha spiegato: “Questi schizzi per pianoforte sono improvvisazioni. Per crearli, spargo le dita sui tasti e le muovo casualmente ma con intenzione finché non trovo qualcosa che suona bene o interessante. Se mi piace davvero, cerco di ripeterlo”. Le sette tracce sono introdotte dalla voce di André stesso o da collaboratori come Emmy Paalman e Fatima Robinson. Alcuni brani includono effetti vocali e campionamenti, come una risata registrata in Off Rhythm Laughter. Originariamente l’EP doveva intitolarsi The Best Worst Rap Album in History: “È scherzosamente il peggior album rap della storia perché non contiene alcun testo” ha dichiarato André, “È il migliore perché è il più libero emotivamente e mi ha fatto sentire al meglio personalmente. È il migliore perché è come un detergente per il palato per me”.

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In un altro post su Instagram, André aveva elencato alcuni nomi che l’avevano ispirato in queste improvvisazioni, come Thelonious Monk, McCoy Tyner, Stephen Sondheim, Joni Mitchell. Ed effettivamente, ascoltando 7 Piano Sketches, quei riferimenti tornano all’orecchio, in una sorta di rievocazione sonora di identità pianistiche e artistiche ben precise. Sembra quasi che l’artista di Atlanta voglia deliberatamente cedere a un esercizio di stile. Un pianismo che non gli appartiene per formazione tecnica, ma che ha interiorizzato negli anni attraverso gli ascolti. Questo nuovo lavoro può essere considerato a tutti gli effetti un bedroom album, cioè un progetto nato in uno spazio intimo, lontano dalle pressioni dello studio e dalle aspettative commerciali, dove l’istinto creativo ha la precedenza.

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Ma è proprio questa dimensione di comfort che, se da un lato favorisce un flusso creativo autentico — in cui si avverte, come in questo caso, una genuinità in ciò che si sta creando — dall’altro rischia di confinarsi in un gesto puramente evocativo e di emulazione. Il rischio è che tutto si riduca a una riproposizione di modelli ben riconoscibili, non solo sul piano sonoro, con le influenze che André stesso ha dichiarato, ma anche sul piano visivo e simbolico, con l’immagine dell’artista chino sul pianoforte durante l’improvvisazione, figura ben riconoscibile e forse logora nell’immaginario jazz. Più che un vero e proprio nuovo progetto, pare talvolta un’imitazione affettuosa, un modo di prendere un’estetica senza ripensarla.

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