7 sconosciuti a El Royale, di Drew Goddard

L’ossessione per la sorveglianza e l’intercettazione va di pari passo con la storia degli Stati Uniti, il cinema americano la racconta da sempre, o quantomeno sin da quando i cittadini USA persero l’innocenza sull’argomento in una certa stanza dell’hotel Watergate.
Goddard mostra di divertirsi assai imbastendo la sua giravolta proprio come variazione sul tema, con la consapevolezza che chiunque abbia sfogliato un romanzo hard boiled ha già acquisito quella confidenza qui necessaria con gli specchi delle camere d’albergo che specchi non sono, utilizzati per spiare e riprendere di nascosto gli incontri intimi e piccanti dei potenti nei motel di periferia, ad uso ricattatorio. Se da un lato dunque lo script di 7 sconosciuti a El Royale tira in ballo Nixon, Hoover, la passione per le sette dell’America mansoniana, e una fantomatica bobina che viene lasciato intendere immortali JFK indaffarato sotto le lenzuola, dall’altro costruisce il prevedibile incrocio di immaginario che tutti ci aspettiamo da un’operazione simile (tra Coppola, Cimino, Friedkin ecc ecc), e che ti fa davvero pensare che nella struttura dimori un ottavo ospite dal nome di Quentin Tarantino.

Il risultato, va detto da subito, è alla lunga estenuante, decisamente autocompiaciuto e in larga parte ingiustificato in questo 2018 in cui di playlist del genere ne abbiamo incontrate davvero fin troppe: ma Goddard è un tipo troppo sveglio da non sapersela cavare dichiarando le regole d’ingaggio in maniera esplicita, con i suoi sette sconosciuti messi più volte di fronte ad espositori che mostrano in vetrina le diverse scelte possibili. Accade con il corridoio nascosto che attraversa i finti specchi che permettono di guardare nelle varie stanze, accade con il jukebox perennemente in funzione che regna nel salone dell’albergo, e con i distributori di cibo che fanno roteare in circolo i sandwich e i pezzi di torta.
Ma allo spettatore è lasciata ben poca libertà per scovare i malloppi e i tesori nascosti in queste camere e per cui i nostri poco raccomandabili avventori sono pronti a mentire, ingannare, raggirare ed a conti fatti ammazzarsi tra di loro. Se non quella di orientarsi tra i piani temporali – ovviamente! – sfalsati con cui procede il racconto, strutturato per soffermarsi su di una camera alla volta, mescolando e intrecciando i punti di vista.
Il motivo principale d’interesse potrebbe essere a questo punto l’impiego del cast, incastrato in queste maschere grottesche da dark comedy mediamente crudele che ben presto si trasforma nell’abituale gioco al massacro: a Jeff Bridges viene lasciato il monologo tragico d’ordinanza, Dakota Johnson conferma il proprio status di interprete tra le più conturbanti e magnetiche di questa generazione, e Chris Hemsworth più che da incubi helter skelter sembra venuto fuori dalla setta dell’Holy Hell (imperdibile!) su Netflix. Jon Hamm è forse la sagoma più credibile sotto la comicità grossolana con cui ci viene presentato, insieme alla soul singer Cynthia Erivo che sconta invece la parabola opposta, smarrendo lungo la storia l’umanità che la caratterizza verso un progressivo appiattimento del personaggio.
Goddard non riesce insomma a smarcarsi dalle debolezze in cui cadono gli sceneggiatori primi della classe e un po’ verbosi come lui, quando passati dietro la mdp non vogliono rinunciare neanche ad uno degli ammiccamenti, dei rovesciamenti e delle trovate di scrittura a cui sono così affezionati, e che magari un regista non avrebbe esitato ad asciugare.

 

Titolo originale: Bad Times at the El Royale

Regia: Drew Goddard

Interpreti: Jeff Bridges, Cynthia Erivo, Dakota Johnson, Jon Hamm, Chris Hemsworth

Distribuzione: Twentieth Century Fox

Durata: 120′

Origine: Usa 2018

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