"8 Mile", di Curtis Hanson

E' ancora un cinema di wonderboy quello di Curtis Hanson, uno sguardo che si nutre degli universi emozionali, degli enfant prodige d'America, adolescenti inquieti che abitano territori liminari, luoghi dello smarrimento esistenziale in cui affermare la propria identità (razziale, culturale, sociale) è una questione di sopravvivenza. Spazi marginali, come una squallida cittadina di provincia, coni d'ombra come quello proiettato da una grande metropoli che ha disilluso ogni speranza di boom economico, lande urbane come Detroit che in 8 Mile è un ventre gravido di corpi in conflitto. Ma lo scontro, qui, non è una battaglia condotta a mani nude (emblema di un America che continua a trovare nella scorsesiana lotta tra gang le radici della sua fondazione), bensì una sfida di voci che si contendono il primato della rappresentatività, quella di una rabbia generazionale e territoriale. E' la guerra dell'hip hop, la manifestazione verbale di un modo di essere, di vivere, di sentire, ma soprattutto il segno verbale di una scelta esistenziale che a volte è l'unica possibile. Un mondo tradizionalmente nero, in cui Curtis Hanson inietta come un veleno il fenomeno di Eminem, il ragazzo bianco, il simulacro dei borghesi e degli imperialisti che si è appropriato del linguaggio degli ex schiavi ed è diventato il "migliore". 8 Mile non è quindi solo la pseudo biografia di un artista controverso, che ha scandalizzato il mondo intero per la crudezza dei suoi testi razzisti e omofobici, una biopic come tante nella storia del cinema, bensì la drammatica messa in scena di un doloroso tentativo di ascesa da parte di uno dei tanti figli derelitti d'America, che del suo essere bianco non può, o almeno non potrebbe e non dovrebbe trarre alcun vantaggio. Ma non è così, e questo Hanson lo focalizza bene: Eminem incarna il paradosso di una rivoluzione per cui se prima essere nero era la cosa peggiore a cui l'America poteva pensare, oggi, per vincere bisogna essere più emarginato, più disprezzato e più odiato di un nero. Bisogna essere il bianco rinnegato, il figlioccio escluso dalla cerchia degli eletti, lo scarto dei padri che non è riuscito ad emergere. Questo è Eminem: un caso americano che prima di ogni altra cosa necessita di un ribaltamento di prospettiva, un fenomeno eversivo di cui Hanson non riesce a contenere la carica politica destabilizzante, nonostante l'asciuttezza asettica di una camera a spalla che registra in toni quasi documentaristici gli incalzanti duelli vocali. E se fin dalla prima sequenza il patto tra lo spettatore e il regista viene demolito, per cui è impossibile non vedere/sentire Eminem in Jimmy. Tra Jimmy e Eminem, tra finzione e realtà, il bianco e il nero, il centro e la periferia, il dentro (la casa, la fabbrica, il teatro, la macchina) e il fuori: 8 Mile è proprio come la strada a cui si riferisce, una linea di demarcazione, in cui il cinema americano ha ritrovato l'hip hop.


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Titolo originale: 8 Mile
Regia: Curtis Hanson
Sceneggiatura: Scott Silver
Fotografia: Rodrigo Prieto
Montaggio: Jay Rabinowitz
Musica: Dr Dre, Eminem, Jay Z., Nas, Rakim
Scenografia: Philip Messina
Costumi: Mark Bridges
Interpreti: Eminem (Jimmy Smith Jr.), Kim Basinger (Stephanie), Mekhi Phifer (Future), Brittany Murphy (Alex), Evan Jones (Cheddar Bob), Omar Benson Miller (Sol Gorge), Eugene Byrd (Wink), De Angelo Wilson (DJ Iz), Taryn Manning (Janeane), Michael Shannon (Greg Buehl), Anthony Macie (Papa Doc)
Produzione: Brian Grazer, Curtis Hanson, Jimmy Lovine
Distribuzione: U.I.P.
Origine: USA, 2002

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