ANTEPRIME – “Battle Royale”: come ti sistemo gli adolescenti

Corre l’occhio cinematografico di Kinji Fukasaku: gli ideogrammi di un romanzo si trasformano in un delirante action-movie con schizofreniche coreografie di morte degne del più riuscito “hard boiled” made in Hong Kong o, se vogliamo contentarci, di un ammiratore del “maestro” giapponese come Quentin Tarantino

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La frase di lancio non promette bene: “Avresti il coraggio di uccidere il tuo migliore amico?”. Più che una domanda, un vero e proprio invito. Abituati alla routine dei twenty-something americani, è dal Giappone che arriva una lacerante (e superba) controindicazione per alleviare la pacatezza hollywoodiana di High-School classiste, invitanti torte di mele o raffinati killer cinefili. Un antidoto chiamato “Battle Royale” che prima ci ricorda l’infinitamente ricco campionario di teenagers sparsi in ogni angolo del pianeta, e rispolvera poi – sotto la patina di sbraitanti comitati di censura – ogni idiosincrasia addossata al mondo degli adulti. Che quando sono messi alle strette sanno solo sviscerare un abile découpage mediatico di ordine sociologico e psicoterapeutico per riuscire a far vendere qualche libro in più al tuttologo del momento. E infatti sin dalle prime battute “Battle Royale” sembra ambientato dalle parti di un incasinato reality show con operatori e giornalisti televisivi che si accalcano per immortalare il vincitore di turno, anonimo quanto i big brothers al gran completo, e sottrargli una prima dichiarazione. Fosse pure un inquietante sorriso. Autore del film, lapidato politicamente a destra e a sinistra ma straordinario campione di incassi in patria, è quel Kinji Fukasaku, veterano del cinema nipponico che da vera star degli yakuza movies anni ’60 realizzati per la Toei, a 71 anni suonati si è inventato cantore di un’irrequietezza giovanile, a torto impaginata soltanto dalla cronaca nera. Con lo sguardo ripiegato sugli incredibili crimini e misfatti compiuti nel suo Paese nei primi anni ’90 (l’apocalittico “Shonen A” che decapitava i bambini, al diciassettenne che sequestrò un autobus per poi accoltellare una donna), Fukasaku dice di essere partito molto più lontano per realizzare questa pellicola. Ripensando cioè ai “formativi” anni dell’infanzia quando, sotto l’insidia dei bombardieri americani, lavorava in una fabbrica di armamenti e si allenava a sparare contro bersagli impagliati. In realtà gli ingredienti giusti per questo suo “horror” adolescenziale dove i teenagers sono al tempo stesso vittime e carnefici, il vecchio regista (che qualcuno ricorderà soprattutto per aver diretto alcune sequenze di “Tora! Tora! Tora!”) li ha pescati nel romanzo omonimo scritto da Koshun Takami, pubblicato nel 1999 nonostante roventi polemiche in ambito letterario, e tuttavia capace di vendere più di 800 mila copie. Neppure la trama promette bene. All’alba del nuovo millennio, il Giappone è vittima di una crisi sociale ed economica senza precedenti: sono 15 milioni le persone disoccupate e quasi un milione di studenti boicotta regolarmente le lezioni. Logico supporre che il governo abbia occhi soltanto per il ceppo più giovane e “indifeso” per ripulirsi la coscienza così, una volta l’anno e con il consenso generale, viene organizzato il “Battle Royale Act”. Sorta di rito purificatore il cui menù prevede il sorteggio di un’intera classe delle scuole superiori da condurre in un’isola deserta dove gli allievi – a loro insaputa dotati di un collare esplosivo – sono costretti a uccidersi gli uni con gli altri. Tempo disponibile: tre giorni. Uno solo il vincitore. A condurre questo gioco al massacro è invitato uno dei loro insegnanti e converrà a questo punto rivelare che si tratta nientemeno che di Takeshi Kitano (e nel film resterà “Kitano”), un habitué delle “pallottole giapponesi”. Anche se qui siamo in un meltin’ pot fra “Survivor” e “L’implacabile”. Naturalmente hanno provato a bandirlo, il film. Ma “Battle Royale” è rimasto saldo come una pietra o, meglio, come una di quelle frasi Zen da capogiro esistenziale. Perché piuttosto che darsi ai tagli, Fukasaku ha patteggiato di buon grado un “vietato ai minori di 15 anni” con l’Eirin (la censura nipponica per quanto riguarda il cinema), invitando al tempo stesso il pubblico di quindicenni a infischiarsene del divieto e a correre a vedere il film “perché l’ho fatto apposta per voi, ragazzi!”. Là dove non è riuscita la censura, ci ha provato qualche politico: come Koki Ishii che sta nell’opposizione del Partito Democratico, così sollecito nel bandire la pellicola da voler anche riconsiderare una legge sul sesso e la violenza nel cinema; o come il ministro dell’Educazione Nobutaka Nishimura che ha gentilmente invitato i gestori delle sale cinematografiche a non presentare il film. Tutto inutile. Già due giorni prima dell’uscita (il 16 dicembre 2000) il pubblico si era compostamente messo in fila (uno “spirito” di visione peraltro piuttosto comune, anche quando non si tratta di grossi blockbuster americani) per assistere alla prima del film e lanciarlo nell’olimpo degli incassi record. Solo in Giappone “Battle Royale” ha guadagnato 25 milioni di dollari: una miseria direte voi, ma per gli executives dagli occhi a mandorla un vero colpo grosso. Soprattutto in considerazione del fatto che si tratta comunque di un film “locale” e che al bottino frantuma tutto di “Spirited Away” (229 milioni di dollari) manca ancora un buon anno e mezzo. Del resto “andare a vedere il film” – ha proclamato il celebre critico Tadao Sato – “è diventato quasi una forma di opposizione contro i politici”. Così, immune all’indiscreto fascino della sociologia applicata al cinema, Fukasaku ha rispedito nelle sale ad aprile dello scorso anno un “Battle Royale – Special Edition” (con otto nuove scene), guadagnandosi subito il secondo posto al box-office dietro un altro film vietatissimo: “Hannibal” di Ridley Scott. Ma come dare torto alla falange di sociologi e psicologi, per i quali la visione di una pellicola così forte e cruda, dove i quindicenni che si uccidono fra loro sono (quasi) tutti attori e attrici under 18, ha risvegliato un tema sempre più scottante in Giappone, come la competizione scolastica, l’incubo degli esami o il famigerato punteggio “hensachi” che discrimina gli studenti arrivando a fornire alla società individui di serie A e di serie B? In fondo “Battle Royale” non se l’è sentito di confermare unicamente l’aspetto “fiabesco” voluto dal regista, e si è mostrato senza veli: sullo schermo gli allievi, impeccabili nelle loro uniformi scolastiche, riflettono le debolezze e le esagerazioni che i teen-movies ci hanno insegnato a catalogare con rigoroso cinismo. Pure qui fanno bella (o pessima) esibizione di sé il secchione frustrato, la ragazzina “kawaii” (leggi: “cariiina”!), la puttanella che si fa i fidanzati delle altre, il ragazzo “cool” e malinconico con tragedie familiari sulle spalle o l’hacker di turno che mentre picchietta i tasti di un portatile rammenta i trascorsi anarchici del padre. Tutto vero. “Battle Royale” è lo specchio che rimanda il dietro-le-quinte di un’aula scolastica dove può accadere di tutto (anche essere chiusi e umiliati in un gabinetto) e dove tutto rischia di essere frainteso. Corre troppo ad esempio chi ha scomodato per “Battle Royale” l’ “enjokosai” (sorta di “prostituzione” in uso fra le ragazzine per arrotondare gli spiccioli della paghetta mensile). Corre troppo anche chi, secondo copione, ha approfittato della violenza del film per ribadire il mai troppo patetico concetto della pericolosità insita in manga, anime e videogiochi sulla vita degli adolescenti. Corre, invece, e pure troppo per la sua veneranda età, l’occhio cinematografico di Kinji Fukasaku: gli ideogrammi del romanzo si trasformano in un delirante action-movie con schizofreniche coreografie di morte degne del più riuscito hard boiled made in Hong Kong o, se vogliamo contentarci, di un ammiratore del “maestro” giapponese come Quentin Tarantino. Proprio qui sta uno dei compiacimenti nascosti del film: il feroce morphing che trasforma un taciturno (e ti pareva!) insegnante, odiato persino dai propri figli, in anfitrione dello sterminio e un “affiatato” gruppo di compagni di scuola in spietati assassini, anche se un briciolo di coscienza in molti di loro è più radicato dell’istinto di conservazione (la luce del film è la giovane Noriko, per la quale c’è un posto speciale nel cuore di Kitano). In altre parole, il magistrale Kitano fa la parafrasi di se stesso, burlone intrattenitore televisivo alla “Takeshi Jo” (Il trono di Takeshi, suo hit del piccolo schermo) divertendosi a mitragliare di battute i pargoli prima, durante e dopo la strage degli innocenti. Si va dall’emblematica “la vita è un gioco” in risposta alla domanda di un temerario allievo, fino all’imprevisto tiro al bersaglio in mezzo alla fronte di un’alunna impertinente (“scusate, non dovevo ucciderla: non fa parte delle regole!”).

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E’ una fortuna che il pubblico giapponese non si sia lasciato persuadere dal lato oscuro di “Battle Royale”. “Non mi è mai realmente interessata solo l’azione del film. Ciò che volevo fare, era un film in cui spiegare cosa fosse la violenza”, per dirla con il regista, è la frase di circostanza su cui ogni opinione degli spettatori è stata costruita. Del resto ce la mettono tutta le giovani promesse del film, tra cui spiccano Tatsuya Fujiwara, Aki Maeda e l’inquietante Masanobu Andoo (“Kids Return”), per ricordare il suono di parole come “amicizia” e “fiducia”. Se poi non bastasse la loro forza, ci sono le improvvise didascalie che riproducono sullo schermo interrogativi interiori dei personaggi, stralci di pensieri e preghiere esalate in punto di morte a condurci sulla via del politically correct. Quasi un inno alla vita, disperato e autentico, che dissolve i bollettini “di guerra” regolarmente ingombranti presentati a carneficina compiuta. Un’altra perversione del gioco Battle Royale. E prima che “game over” possa diventare l’urlo di vittoria degli adulti, la beffa arriva dai teens del film che riscrivono le regole del gioco, senza mistificare un “genere”. Roba da “Battle Royale 2”, insomma. Ma esiste ancora un orizzonte da schiarire per una nostrana “vicina visione”? Troppo presto per dirlo. Se in Francia e Inghilterra il film ha raccolto il suo bottino di calorose recensioni, negli USA – dopo un primo avvicinamento di Lions Gate Films per acquistare i costosi diritti della pellicola e un tentativo dello stesso Tarantino – il destino di quest’opera è riassunto nelle parole di un anonimo distributore indipendente: “Se lo si taglia abbastanza da beccarsi la “R” di Rated, di “Battle Royale” non resterebbe più niente”. L’odissea di Kinji Fukasaku, evidentemente, non è in cima alla lista delle fiabe tipicamente hollywoodiane.

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