A Hero, di Asghar Farhadi

Il cineasta torna a girare in Iran e insiste sul suo cinema che cerca una conciliazione tra i suoi personaggi vessati da eventi che li sovrastano e la realtà nella quale agiscono. Gran Prix

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Un film costruito sul debito, sulla necessità anche simbolica di risarcire intesa come idea di azzeramento del passato, come riedificazione di un tempo della dignità e della coscienza: con A Hero (in Concorso a Cannes 74) Asghar Fahradi torna a girare in Iran e insiste sul suo cinema in cerca di una conciliazione impossibile tra i suoi personaggi vessati da eventi che li sovrastano e la realtà nella quale agiscono. L’impianto è come sempre costruito su dinamiche narrative occluse, che imprigionano i protagonisti e li costringono a fare i conti non tanto con le loro coscienze (cosa dalla quale non rifuggono mai), quanto con lo scenario complessivo in cui si muovono. Ancora una volta in A Hero il protagonista è un uomo costretto a confrontarsi con una serie di legami che lo spingono a fare i conti con se stesso: il suo nome è Rahim e sta scontando in prigione una condanna per un debito che non è stato in grado di pagare. Quando la sua donna trova una borsa piena di monete d’oro, invece di usarla per rimborsare il suo creditore, decide di cercare la proprietaria e restituirgliela, atto che gli procura un encomio dalla direzione del carcere e una certa notorietà sulla stampa, in tv e sui social.

Su questo presupposto apparentemente edificante Asghar Fahradi costruisce in realtà una storia fatta di rancori, sospetti, delusioni, ripicche, rabbia, in cui la vera merce di scambio, il debito più autentico da ripianare, sarà quello con la verità e con le ragioni della coscienza. In una spirale di eventi che ricollocano progressivamente il baricentro morale della vicenda, infatti, assistiamo al  declassamento del gesto di Rahim, che verrà via via messo in discussione, reinterpretato, contestato e persino falsificato non solo da chi ha interesse a non credergli, ma anche dallo stesso protagonista, costretto a portare prove false di ciò che ha fatto in piena coscienza. Sembra quasi una fiaba nera, A Hero, con questo stratagemma della borsa piena d’oro rinvenuta dall’eroe che però deve attraversare una serie di prove per far valere la sua dignità. Ma nel cinema di Farhadi lo scenario non è mai limpido, è dallo sfondo che emergono i contrasti, le pulsioni sociali capaci di deformare la realtà del protagonista e la sua stessa coscienza. Come sempre, il regista scandaglia il rapporto tra verità e menzogna, ponendolo dinnanzi al giudizio astratto di una comunità che non valorizza tanto l’onestà dei sentimenti quanto la minaccia della diffamazione. Lo stile è lineare, Fahradi dispone gli elementi drammatici con la precisione di un effetto domino, per far cadere una tessera dopo l’altra la via della salvezza del suo protagonista. La verità resta ancora e sempre un’ipotesi che il cinema di Asghar Fahradi guarda in trasparenza ma non riesce a far valere.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6
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