John Coltrane, A Love Supreme: ecco la versione Live in Seattle

Libertà e improvvisazione nella nuova registrazione di A Love Supreme scoperta nella collezione privata di Joe Brazil e resa disponibile sulle piattaforme streaming dal 22 ottobre

Il 9 dicembre 1964 negli studi di Rudy Van Gelder, dove è passata tutta la scena jazz del XX secolo (Miles Davis, John Coltrane, Thelonious Monk e tantissimi altri), venne registrato uno dei dischi più importanti della storia della musica: A Love Supreme di John Coltrane. Inserito tra i migliori 500 album di sempre dalla rivista Rolling Stone, è il disco che apre ad una nuova fase della carriera di Coltrane. Una fase spirituale dedicata totalmente alla sperimentazione. Tramite una suite in quattro parti si rappresenta il cammino tortuoso dell’artista verso la purezza. Una lotta personale per raggiungere quell’amore supremo che è stato fonte d’ispirazione per uno degli artisti più importanti della storia della musica.

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Quattro movimenti (Acknowledgement; Resolution; Pursuance; Psalm) che contribuiscono a creare un climax sempre crescente di tensione per poi raggiungere una distensione finale tramite una fanfara più melodica e simile alla prima parte che va a chiudere ciclicamente il concept album. L’importanza di A Love Supreme è ancora più evidente se si pensa che Coltrane di rado interpretò i quattro movimenti. Per quasi sessant’anni si è sempre creduto che l’unica versione live fosse quella catturata nel luglio del 1965 al festival di Juan-les-Pins in Francia, ma recentemente è stata scoperta questa nuova registrazione avvenuta nell’ottobre dello stesso anno rimasta a Seattle nella collezione privata del sassofonista Joe Brazil.

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Registrata con un set di due microfoni piazzati sul palco collegati ad un registratore a bobine Ampex, oltre a Coltrane nelle vesti di leader vede l’espansione del suo solito quartetto con l’aggiunta del secondo sassofonista Pharoah Sanders e di un secondo contrabbassista, Donald Raphael Garrett. Una versione improntata ad un approccio più libero, dedito all’improvvisazione e alla partecipazione corale del collettivo. Un canto di gioia per mezzo della sofferenza; di serenità attraverso la follia. Prendendo a prestito le parole che utilizzò il critico francese Jean-Louis Comolli per parlare dell’esecuzione al festival di Antibes nel 1965 e che sembrano ancor più centrate oggi per questa versione ristretta tra le mura di un piccolo jazz club americano, il Penthouse.

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Il tecnico del suono Kevin Reeves, produttore della pubblicazione, ha raccontato come sia facile per bobine dell’epoca essere usurate. Umidità, sbalzi di temperatura o tecniche d’archiviazione non adatte (banalmente la conservazione in orizzontale dei nastri), ma il materiale trovato era in condizioni eccellenti. Il risultato è tra le maggiori registrazioni amatoriali di Coltrane su cui Reeves ha lavorato. L’uscita di questa versione live è stato uno dei maggiori eventi attesi da parte dei cultori del jazz che dà la possibilità, ormai fisicamente dall’8 ottobre e online dal 22, di ascoltare la performance.

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