A Mano Disarmata, di Claudio Bonivento

Esattamente un anno fa, il 6 giugno 2018, iniziava il maxi processo per mafia contro i clan di Ostia. Ruolo importante nel lungo cammino che ha portato il caso ad essere discusso nelle aule di giustizia, l’ha giocato la giornalista Federica Angeli, la quale, come racconta lei stessa nel libro A Mano Disarmata – Cronaca di millesettecento giorni sotto scorta (pubblicato a maggio del 2018), ha iniziato nel 2013 la propria sfida alla malavita, consumatasi ora sulle pagine de “La Repubblica”, per cui scrive, ora nei tribunali. L’omonimo film di Claudio Bonivento ricostruisce allora minuziosamente le tappe di questa storia di giornalismo, di criminalità, ma soprattutto di grande coraggio, umanità e inevitabile paura, specie dopo le continue minacce e intimidazioni da parte dei clan indirizzate a Federica e alla sua famiglia, pericoli che hanno portato l’Ucis ad assegnarle, appunto, una scorta.

A Mano Disarmata ritorna quindi a parlare della cronaca nera di Ostia e del giro sotterraneo e malavitoso che l’affligge, già affrontate da Suburra, film e serie. La differenza nell’operazione di Bonivento sta tutta nello spostamento su di un punto di vista ancora poco esplorato, quello della stampa, dalle ingerenze superiori sul non parlarne e il pericolo a cui sono sottoposti gli stessi giornalisti, quello dei cittadini del Lido, costretti a vivere in un clima di omertà e terrore a cui risulta difficile ribellarsi, lì dove il lungometraggio di Sollima e Netflix preferivano invece concentrarsi sugli oscuri personaggi criminali e politici che invece quel giro lo manovrano. Il film s’inserisce poi perfettamente nel dibattito attuale sulla lotta alla mafia e sulla bontà della gestione delle scorte di sicurezza, avendo sicuramente il pregio di farlo attraverso una costruzione cinematografica ridotta al minimo, usufruendo sia di fatti di cronaca noti al pubblico (come la riproposizione della famosa “testata” al giornalista di Rai2) sia, naturalmente, del vissuto diretto di Federica Angeli.

Quasi in una sorta di continuità intertestuale tra i prodotti sopracitati, il volto prescelto per impersonare l’eroica figura della giornalista protagonista è quello di Claudia Gerini, che proprio in Suburra – La Serie interpreta uno di quei simboli di marciume e corruzione, amministrativa e morale, con cui Federica invece arriva a scontarsi. L’attrice è chiamata a reggere interamente la pellicola, impegnandosi strenuamente e con toccante naturalezza nell’arduo compito di restituire le sensazioni più personali ed intime della protagonista, mossa inizialmente dall’indomita rabbia verso l’ingiustizia dilagante e poi colpita, una volta avviata la catena di eventi, dalla pesante consapevolezza di non poter tornare più indietro, anche volendo. La testimonianza e la vicinanza al progetto della stessa giornalista (la quale ha anche collaborato alla sceneggiatura di Domitilla Shula Di Pietro) devono aver sicuramente contribuito alla sua evidente immedesimazione ad una situazione senza alcuna via d’uscita, in cui può solo andare avanti, ulteriormente aggravata dalle conseguenze che i suoi gesti provocano su chi le sta intorno.
Tutto il comparto di co-protagonisti, infatti, vive di riflesso sulle sue azioni, e insieme a loro il film stesso, che accompagna lo spettatore in questa reiterata e a tratti insostenibile atmosfera d’accerchiamento provocata dalle loro reazioni. In un contesto decisamente emotivo e quindi contraddittorio, dove sono i personaggi più vicini a lei, dal marito (Francesco Venditti) e dalla madre preoccupati per l’incolumità della loro famiglia fino alla migliore amica di sempre, a rifiutarsi ostinatamente di appoggiare la sua crociata, é negli apparenti piccoli gesti provenienti dalle persone più insospettabili, come il collega interpretato da Francesco Pannofino o l’anonimo poliziotto che ammira il suo coraggio al momento della denuncia (distinguendosi, in questo, dal suo superiore) fino all’edicolante di fiducia, che si arriva a misurare la sua portata eccezionale e ispiratrice. 

Proprio perché completamente incentrato sui “millesettecento giorni sotto scorta” di Federica, A Mano Disarmata si disinteressa di approfondire più del necessario non solo il carattere crime, ma anche quello giornalistico e legale della vicenda, come invece il modello soderberghiano di Erin Brokovich – Più forte della verità riusciva ad unire più brillantemente. Tale scelta d’approccio, quindi, finisce col far perdere di respiro drammatico l’opera, infarcita com’è anche di abbondanti dosi di retorica che lo scolastico apparato tecnico non riesce però a diluire fino in fondo. Resta la bontà dell’operazione di voler raccontare qualcosa di diverso, ossia la straordinaria storia di una donna “comune” che fa cose eccezionali, che magari non basteranno da soli a fare un film del tutto riuscito, ma di sicuro saranno sufficienti per smuovere e colpire la coscienza di molti.

Regia: Claudio Bonivento
Interpreti: Claudia Gerini, Francesco Venditti, Mirko Frezza, Francesco Pannofino, Rodolfo Laganà, Maurizio Mattioli
Origine: Italia, 2019
Distribuzione: Eagle Pictures 
Durata: 107′