A Private War, di Matthew Heineman

Trent’anni passati nelle zone di guerra hanno trasformato Marie Colvin, inviata del settimanale Sunday Times, oltre che in una celebrità del settore, in una donna ossessionata dagli incubi dentro i quali aveva deciso di costruire la propria casa. Nel biopic di Matthew Heineman A Private War – ispirato all’articolo  “Marie Colvin’s Private War” di Marie Brenner apparso su “Vanity Fair” (Agosto 2012) – la reporter prende le sembianze di Rosamund Pike, straordinaria nel ricreare il tormento della giornalista, impegnata, a rischio della vita, dalla missione di raccontare la verità dei maggiori conflitti che hanno insanguinato il pianeta. Una figura che l’attrice impersona con lo stesso coraggio dell’originale facendo trasparire un altrettanto eccezionale fragilità nervosa. Il lascito della paura, che dopo aver destabilizzato la mente, ha scombussolato il corpo, già in realtà marchiato dalla perdita di funzionalità dell’occhio sinistro nel 2001 in Sri Lanka, poi coperto da una benda, a contatto diretto con la ferocia delle Tigri Tamil. Un corpo che la Pike rappresenta ad un certo punto come stesse evaporando, in una scena emblematica che la ritrae in uno specchio a palparlo per assicurarsi di non essere svanita, schiava di tabagismo e alcolismo cronico.

L’odissea della Colvin è riprodotta attraverso alcune tappe significative della sua carriera, dopo lo Sri Lanka tocca all’Iraq, all’Afghanistan, alla Libia ed infine in Siria, dove incontrò la morte. Ed ogni passaggio di trincea serve al regista per evidenziare un aspetto della guerra, come la semplice regola d’ingaggio, puntualmente trasgredite dalla Colvin per raggiungere l’epicentro degli scontri, punto in cui la mediazione immaginativa cade e resta soltanto l’orrore. Per passare alla pericolosità di superare un semplice posto di blocco come a Falluja dove viene mostrato il macabro ritrovamento di una fossa comune, con i familiari ridotti a piangere sulla ossa anonime degli scomparsi. Un’esperienza talmente allucinante da provocare nella giornalista un stress post-traumatico e conseguente ricovero in clinica per evitare la deriva psicologica totale, che nel film è anche la tregua perfetta prima di finire in un crescendo di atrocità e violenza. In Afghanistan è la volta di un attentato ed i corpi sventrati dalle bombe, per arrivare due anni dopo, 2011, a Misurata in Libia, per mostrare le ritorsioni di Gheddafi, ucciso poco tempo dopo, e la crudeltà degli stupri dimostrativi contro gli oppositori del regime. L’escalation arriva all’apice ad Homs e qui lo scopo di Heineman diventa quello di portare sullo schermo il terrore di un bombardamento, il rumore delle bombe insistente, l’angoscia e l’isteria che crescono, le macerie e la devastazione, la mancanza di cibo e medicinali, la morte, l’orrore.

L’impegno in prima linea viene alternato con un’attenzione anche per la vita privata, le relazioni intime e familiari, tutte subalterne comunque all’impegno professionale, analizzato con la relazione abbastanza complicata con il direttore del giornale oppure attraverso il sodalizio con Paul, un fotografo conosciuto in Iraq che le è stato vicino fino agli ultimi istanti di vita. Le inquadrature molto composte sono forse il limite di A private war, soprattutto nelle scene delle zone di guerra, che, nonostante i martellanti effetti sonori favoriscano un effetto di immersione molto realistico, restituiscono un immagine troppo idealizzata e pulita delle stesse. Il ritratto di Marie Colvin nel complesso ha il merito di non rinunciare ad evidenziarne insieme ad una rara abnegazione altruistica, i limiti nell’allacciare dei duraturi rapporti umani, senza per questo intaccare minimamente l’enormità di aver portato alla luce del mondo la barbarie e la crudeltà.

 

Titolo originale: id.

Regia: Matthew Heineman

Interpreti: Rosamund Pike, Jamie Dornan, Stanley Tucci, Tom Hollander, Alexandra Moen

Distribuzione: Notorius Pictures

Durata: 106′

Origine: Usa 2018