A Quiet Place II, di John Krasinski

A Quiet Place II riesce nuovamente a configurare tutta la complessità di sentimenti contemporanei e universali riattivando la collaudata catarsi dei generi popolari di Hollywood

Dove eravamo rimasti? “A Quiet Place dimostra come Hollywood possa ancora parlare del proprio passato declinandolo allo stretto presente e concependo il cinema come un posto tranquillo in cui rifugiarsi e sentire”, scrivevamo nel 2018 del terzo film da regista di John Krasinski. Produzione media (17 milioni di dollari di budget) trasformatasi ben presto in un enorme successo di pubblico capace di raggiungere i 340 milioni di incasso nel mondo. Un film che ha saputo straordinariamente evocare una memoria condivisa – il genere hollywoodiano, dall’horror al post apocalittico, come specchio immaginario di molte istanze contemporanee – riflettendo sul frastuono mediale che ci attornia e sul bisogno di silenzio nel collasso della tecnica. Un secondo film era quasi scontato, a quel punto, perché già inscritto nel desiderio di saperne di più sulla terribile colonizzazione del pianeta da parte di questi violenti alieni fonofobici e sul percorso di crescita dei figli di Lee Abbot/John Krasinski che si sacrifica per loro in quel perfetto the end classico. Il sequel, effettivamente, è stato ben presto messo in cantiere con budget più consistente (circa 61 milioni di dollari) e con il robusto risultato parziale di 110 milioni al box office USA in soli due mesi dall’uscita.

Insomma, cosa ci attrae di questa saga così consapevolmente old school? È in primis evidente che il successo del secondo capitolo – ancora scritto e diretto da Krasinski e prodotto da Michael Bay – manifesti un notevole portato simbolico nella timida ripartenza della distribuzione theatrical in era post pandemica. Il nostro ritorno in sala, inevitabilmente segnato dal difficile adattamento a condizioni ambientali diverse, si interfaccia a più livelli con il percorso dei protagonisti che ripartono dal “giorno 474” (più o meno ci siamo anche con i tempi…) dopo l’evento che ha cambiato i destini di ogni persona sulla Terra.

Prima, però, c’è un Day 1. Un flashback che apre il film facendoci inaspettatamente rincontrare Lee Abbot/Krasinski “quel giorno”, in medias res, mentre si reca a una partita di baseball del figlio Marcus. The happening: gli alieni sbarcano sulla Terra seminando terrore e catastrofe, morte e silenzio, in una sequenza straordinaria per gestione dei tempi narrativi e messa-in-scena scandita da piani sequenza ad altezza personaggio (con vari echi della guerra dei mondi spielberghiana). Una sorta di presa di posizione estetica: qui si parla di persone, quindi ogni inquadratura resta ben suturata allo sguardo dei protagonisti. E cosa accade dopo? Siamo al giorno 474, dicevamo, con la coraggiosa Evelyn (magnifica Emily Blunt che riesce a comunicare ogni stato d’animo in singoli sguardi significanti, diventando da Looper a Edge of Tomorrow un volto ormai centrale per le nuove frontiere fanta-horror) e i suoi tre figli adolescenti che procedono nelle macerie del mondo civilizzato. Il film si prende tutto il tempo necessario per immergerci nuovamente in questi ambienti perturbanti, esaltando ancora le potenze del sonoro in e off come dispositivo di suspense e confinando l’uso della computer grafica come mera estensione di uno sforzo scenografico reso materico e tangibile.

---------------------------------------------------------------
SCRIVERE PER LA TV: il workshop sulla sceneggiatura per la serialità


---------------------------------------------------------------

La famiglia si è disunita per necessità. Le linee d’azione principali, questa volta, diventano ben tre: Regan segue le tracce di un utopico porto sicuro oltre il mare (straordinario l’uso della canzone Beyond the Sea di Bobby Darin) con l’aiuto di Emmet (Cillian Murphy, un vecchio amico di Lee che ha perso i suoi cari); Marcus, nel frattempo, lotta contro ansia e paura difendendo il fratellino neonato dai rumori e dai mostri che ne conseguono; infine Evelyn va cercare scorte di ossigeno tra i resti silenziosi della civiltà. Ed è qui che Krasinski manifesta un amore contagioso per gli statuti del cinema classico esaltando la potenza originaria di un montaggio alternato che aspira ancora a unire quei percorsi di vita nel fuori campo. Il tempo di lettura delle inquadrature e delle azioni-reazioni muta a seconda del personaggio che le abita, proprio perché deve essere sempre il cinema a definire i caratteri e mai le parole che restano “pericolose”. Si cresce in fretta nella ricerca di nuovi modi per fermare il male (non solo alieno, ma anche umano: “le persone sopravvissute non sono come prima” dice Emmet), sfruttando i ruderi della tecnica e i propri limiti fisici per trasformarli in opportunità. L’elisir primario resta la sopravvivenza, certo, ma l’obiettivo è vano senza il raggiungimento di una pace interiore che sconfigga ogni demone esterno: una tematica che ricorda molto da vicino la sci-fi umanista di M. Night Shyamalan che Krasinski sembra riconfigurare in maniera più classica.

Fermiamoci qui. A Quiet Place II ha il coraggio di andare controcorrente rispetto a tutti i cinematic universe intertestuali e transmediali che dominano il panorama distributivo attuale, riconnettendosi senza esitazioni agli autosufficienti capitoli dei serial post-classici di lucasiana memoria. Ma il film, fortunatamente, non esagera mai con l’effetto nostalgia dialogando a più livelli con lo spettatore contemporaneo e con la sua esperienza contingente: tutti i personaggi resuscitano i vecchi media per usarli come armi (magnifica la sequenza nella stazione radio…) e raggiungono una salvezza “a distanza” attraverso la rifunzionalizzazione della cultura popolare. Ecco, John Krasinski è un ottimo regista perché riesce a comprendere tutta la complessità di sentimenti universali riattivando la collaudata catarsi dei generi popolari. Proprio quello che la migliore Hollywood ha sempre saputo fare.

 

Titolo originale: id.
Regia: John Krasinski
Interpreti: Emily Blunt, John Krasinski, Millicent Simmonds, Noah Jupe, Cillian Murphy, Djimon Hounsou, Wayne Duvall
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 97′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

Sending
Il voto dei lettori
2.55 (11 voti)
---------------------------------------------------------------
UNICINEMA – UNA NUOVA IDEA DI UNIVERSITÀ

---------------------------------------------------------------

    ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SENTIERI SELVAGGI

    Le news, le recensioni, i corsi di cinema, la riviste, i libri, gli eventi e tutte le nostre iniziative