Abacuc, di Luca Ferri

Un inesistente racconto dà forma ad un cinema polverizzato, con il suo umorismo radicale e sarcastico, celebra, con ossessività, la storia di qualcosa che non esiste più. Oggi in sala

Il cinema di Luca Ferri induce necessariamente ad una sosta per dare spazio e tempo al ragionamento che la visione ci chiede. Si comprende bene che le elaborazioni di questo cinema (ma la sua attività in realtà spazia dal cinema alla scrittura) non siano avventurose incursioni in un ambiente tanto astratto, quanto adatto al completo smarrimento, ma frutto di meditate riflessioni espresse in forme inconsuete e perfino demodè.
Abacuc, che oggi esce in sala per la coraggiosa distribuzione di Lab80, non si discosta da queste caratteristiche e segna un’altra tappa (definitiva?) nel percorso del cinema fin qui prodotto dal regista bergamasco. Il sapore di sperimentazione che si individua non tanto nell’immagine, quanto nella assoluta destrutturazione e polverizzazione di ogni consueta sintassi narrativa, non è quindi eccentricità o partecipazione all’avanguardia di un cinema surreale, ma sembra diventare la forma con cui si atteggia lo sguardo nel contemplare la realtà. Con questo è chiaro che si apprezza il gioco, ma anche l’estrema sincerità con cui l’operazione è stata condotta. Non è un caso che la lavorazione, faticosa e laboriosa sia durata quattro anni. Tutto ciò ha catturato l’attenzione dei curatori della Sezione Onde del Festival di Torino 2014 dove si è tenuta la prima proiezione del film.

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Abacuc

Abacuc

Così come nei precedenti lavori di Ferri (Magog, Habitat, Ridotto Mattioni, kaputt/katastrophe, Caro nonno…) anche in questo ritroviamo una compostezza dell’immagine lontana da ogni rigidità e nel contempo un desiderio di costruire la scena attraverso un autentico e radicale umorismo (a volte sarcastico) che ricorda i perversi effetti di certa serissima comicità dell’assurdo.
Abacuc, che prosegue, quindi, nella forma estrema i discorsi già avviati, si manifesta da subito come un film spiazzante che vede il suo protagonista, un ecce homo – come lo ha definito il suo autore – ma di duecento chili, vagare in un mondo di estinti, in un deserto cittadino senza inizio, né fine. Opera complessa e anche giocosa, secondo la tradizione ferriana, che nel bianco e nero sgranato dell’inattuale super8, sembra volere celebrare, con ossessività, la storia di qualcosa che non esiste più. Abacuc è un grido disperato e contenuto dentro un’ironia contrappuntata da una partitura musicale composta dal fidato Dario Agazzi e di una verbale letta da una voce meccanica che è qualcosa di più e di diverso dalla recitazione senza l’inflessione psicologica. Testi densi di un umorismo che sembra volersi schiantare in un diabolico, quanto fanciullesco gioco di varie parole (la contessa di Montetristo) o nel quale si attinge alle metafore di Adorno per ridicolizzare il presente.
Il cinema di Ferri si mette in gioco, incessantemente e ancora di più si espone attraverso questo film, non solo perché così elaborato e privo di ogni principio narrativo, ma soprattutto perché il non-racconto si fa esperienza visiva di qualcosa che sembra entrare dritta nella catastrofe, e si offre, così, vulnerabile, al tiro incrociato del pubblico.

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Abacuc, Bacis

Abacuc, Bacis

Il protagonista è quindi Abacuc, ultimo possibile testimone e profeta muto di un mondo inesistente, forse anche metafora di un cinema che sprofonda e del racconto che non può più esistere, insieme grido rotto che decreta una fine e una simbiotica vitalità estrema con cui si racconta la morte.
Nello sfuggire ad ogni catalogazione il film, come il suo autore ha ammesso, è un’opera che viene dall’oltretomba. Ma nello stesso momento sembra sfuggire a qualsiasi analisi consueta, tanto estremo il suo senso finale, la sua complessità percettiva. Una complessità che si coglie nelle perfette geometrie dei luoghi deserti che Abacuc percorre nelle sue nefaste e inutili peregrinazioni, che al di là dell’esplicito gioco condotto con intenti serissimi, denuncia la sensibilità del suo autore nel tracciare perfette coordinate dentro il quale il suo cinema, così razionale, trova adeguata e stabile forma visiva.
Un’architettura ragionata e non casuale finalizza l’immagine e la sua conclusiva composizione.
Se Renè Clair con il suo Entr’acte si era preso gioco del cinema appena nato, associando liberamente le immagini ad un cinema automatico che celebra con l’intermezzo un omaggio all’imbecillità, Ferri vuole decretarne la fine, stabilendo che il racconto si fa solo ossessività ripetitiva, misura e ricordo del nulla, agendo da esseri vuoti (ancora Eliot) in un mondo sterile, residuo di un passato i cui echi sembrano raccolti dall’innocente Abacuc prima della sua stessa scomparsa.

 

Regia: Luca Ferri

Interprete: Dario Bacis
Distribuzione: Lab 80 Film
Durata: 83′

Origine: Italia 2014

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