Achille Tarallo, di Antonio Capuano

Achille Tarallo è conducente di autobus per la municipalizzata di Napoli. È sposato con una donna che si è lasciata ormai andare, ha tre figli e un cane, di nome Fred. In onore di Bongusto. Già, perché il vero pallino di Achille è cantare. Insieme all’amico Cafè forma l’improbabile duo Tarallo & Cafè che si esibisce in tristissimi matrimoni procacciati dall’ancor più improbabile manager Pennabic. Insomma, tutt’altro che la strada del successo. Ma Achille non demorde e continua a provare i pezzi scritti da Cafè nel proprio appartamento, scatenando le ire di tutti i condomini. E della moglie esausta.

I sogni chiedono fatica. Ed è una questione politica che passa innanzitutto attraverso il problema della lingua. Al di là delle battute. La testarda volontà di Achille di cantare in italiano non viene capita da nessuno, a cominciare dal padre, addirittura schifato dalla scelta del figlio di rinnegare la sua napoletanità. Eppure non è solo una fissazione. Perché parlare in italiano è come indossare sempre “l’abito buono”. Vuol dire guadagnarsi una rispettabilità più “alta” e smarcarsi dallo stereotipo delle tarentelle, delle canzoni a Marechiaro, delle sceneggiate. Significa liberarsi dalla condanna del folklore per rivendicare un diritto di cittadinanza. Che, però, chiede il sacrificio dell’appartenenza, del sangue e della tradizione. Achille vuole una vita diversa, oltre la moglie che sbraita in ciabatte e i soliti percorsi del pullman. La musica è la sua occasione. O magari un nuovo amore, come la badante bielorussa della madre. Del resto anche lei parla un’altra lingua. Ma il fatto è che il personaggio di Achille gli stereotipi li rispetta tutti. Al di là della passione per Bongusto, è un cialtrone femminaiuolo, non gli piace lavorare, guarda il collasso intorno a sé e non muove un dito, è bugiardo, presuntuoso, ipocrita. È nu tarallo dolce o nu tarallo pepe e nzogna? Insomma, probabilmente è un omm’e merda, come canta a un certo punto Cafè, deluso dall’ennesimo tradimento. D’altra parte, però, gli altri personaggi non vanno molto al di là di questa dimensione, tra limiti, difetti, vizi, tra i problemi e le piccole meschinità che si agitano in una città che ha incorporato il caos in una sorta di autorappresentazione permanente. A Napoli tutti danno spettacolo, in fondo, come mostra la fulminante incursione di Luigi Attrice, piombato senza biglietto sull’autobus per Piazza Garibaldi direttamente dalla giungla di Bagnoli.

Ma, allora, Capuano da che parte sta? Non nasconde nessuna contraddizione, certo, ma non ha dubbi a liberarsi dall’etichetta di “autore” per abbracciare l’amatorialità dei suoi protagonisti. Al pari dei suoi interpreti di sicuro mestiere, Biagio Izzo, Ascanio Celestini, Tony Tammaro che firma anche le musiche, condotte, come sempre, sul filo di una liberatoria comicità fintotamarra. Capuano, quasi con un’incoscienza suicida, porta alle estreme conseguenze quella sgangheratezza che già aveva mostrato nell’incredibile Bagnoli Jungle, fino al rischio di far saltare tutti i circuiti e tutte le funzioni. Nel film ogni cosa è al limite dello “scorretto”: sia una scrittura che apre porte senza mai chiuderle, sia una fotografia sovraccarica di colore o un montaggio quasi sgrammaticato. Fino a veri e propri deliri di nonsense, in una serie di effetti speciali che rasentano l’assurdo più spinto, con il cane che beve caffè e si esprime con nuvole da fumetto in napoletano o che danza e canta con la voce di Biagio Izzo, in mezzo a un inspiegabile e rocambolesco balletto di famiglia. Ma se in Bagnoli Jungle c’era una specie di fuoco iconoclasta, una rabbia punk che si mescolava all’hip hop improvvisato della strada, qui lo sguardo di Capuano sembra placarsi, trascolora verso momenti di una malinconia dolorosa, quasi rassegnata. O in frammenti di un potenziale melodramma. Ma sono istanti. Alla fine, come un irriverente gesto dada, la risata torna a confondere ogni traccia.

 

Regia: Antonio Capuano

Intepreti: Biagio Izzo, Tony Tammaro, Ascanio Celestini

Distribuzione: Notorious Pictures

Durata: 103’

Origine: Italia, 2018