Addio a Frederick Wiseman
L’autore, noto per i suoi documentari dallo sguardo inedito e complesso sulle istituzioni contemporanee, ci lascia a 96 anni. Il cinema perde un esponente illustre e che ci lascia una grande eredità
È di ieri sera l’annuncio della morte di Frederick Wiseman, pubblicato dalla Zipporah Films, la casa di distribuzione, fondata dall’autore stesso, a cui è affidata tutta la sua opera.
Il regista, documentarista, attore e direttore teatrale, nei suoi lunghi anni di carriera ha esplorato in particolare il mondo delle istituzioni americane.
Il regista, che aveva 96 anni, aveva esordito nel cinema con la produzione nel 1963 di The Cool World, di Shirley Clarke. Come Clarke, anche Wiseman sarà fortemente influenzato durante tutta la sua carriera dal cinema diretto e dal free cinema, correnti cinematografiche i cui film capostipite risalgono agli anni Trenta, che sperimentavano con il documentario. In sessant’anni di carriera Wiseman non si è mai fermato: il suo ultimo lavoro Menus Plaisirs, presentato fuori concorso all’80esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, risale al 2023.
L’esordio alla regia di Wiseman, che oltre ad una laurea in arte ne aveva una in legge e aveva esercitato come docente di legge all’università di Boston, fu da lui prodotto e diretto nel 1966. Il film, Titicut Follies, raccontava la quotidianità del penitenziario psichiatrico Bridgewater, nel Massachussets, e il titolo dell’opera proviene dal nome di uno spettacolo che i detenuti avevano messo in scena. Distribuito nel 1967, scatena una tempesta di proteste e un caso giudiziario. Dopo una proiezione a New York, il film venne attaccato per il realismo delle riprese sui detenuti e, nonostante avesse tutti i permessi e le approvazioni necessarie, compresa quella del Dirigente del Penitenziario, a causa del timore di quest’ultimo per la propria carriera dopo le critiche, fu limitato nella riproduzione fino alla fine degli anni Ottanta.
Wiseman aveva un interesse particolare per la vita delle istituzioni sociali colta nei suoi aspetti apparentemente più banali, assemblando pezzi della vita di ogni giorno di organismi economici e governativi. Lo vediamo in alcuni dei suoi primi film, come Law and Order (1969) e Hospital (1970), dove documenta ad esempio il lavoro di ordinaria amministrazione della polizia o in The Store (1983), che si sofferma sul dietro le quinte di un grande magazzino di Dallas.
Ogni sequenza dell’autore mette in scena un conflitto o esprime lo stato emotivo di chi abita quegli spazi, spostandosi poi su un’altra situazione con altri protagonisti, costruendo una struttura definita dall’autore “a mosaico”, che suggerisce allusioni tramite la giustapposizione delle sequenze, rinunciando alla figura del narratore.
Le sue prima opere analizzano le istituzioni evidenziandone la funzione di controllo sociale, e cogliendo il compiacimento di chi esercita il potere. In High School (1968), ad esempio, è la scuola ad essere mostrata come strumento di controllo.
Tenendo presente i suoi studi di legge seppur, come detto dall’autore in un’intervista, odiava studiarla, appare naturale che Wiseman nutrisse una particolare attenzione per la giustizia sociale, oltre che per i dettagli e la complessità delle istituzioni. Ciò porta le opere di Wiseman ad essere mastodontiche, con durate di oltre tre ore, come in Deaf and Blind (1988) della durata di otto ore, diviso in quattro parti di due ore ciascuna.
Proprio a causa di questa peculiarità dei suoi film, l’autore si è dovuto scontrare con grosse difficoltà nel trovare fondi per la produzione e nella distribuzione delle sue opere, che l’hanno portato a fondare la Zipporah Films, nel 1997.
Eppure, il sapiente montaggio porta lo spettatore dall’essere osservatore esterno al diventare parte integrante dell’ambiente studiato, quasi non percependo la lunghezza di questi film. Wiseman infatti amava lavorare come una presenza osservatrice: durante le riprese la troupe non faceva domande, si limitava a riprendere. L’opera nasceva dapprima nella testa del regista, nel suo sguardo soggettivo sulla realtà che documentava, e solo dopo in sala di montaggio, dove l’autore riusciva a creare l’illusione di essere sulla scena, di essere osservatori invisibili dei riti sociali delle istituzioni.
“Quando si torna nella sala di montaggio bisogna analizzare il materiale e chiedersi il perché di certi comportamenti ripresi. Il documentario emerge quando la parte tecnica incontra il comportamento umano.“, raccontava l’autore.
Wiseman era sperimentale proprio in questo, nel riuscire, pur con immagini apparentemente veriste, a restituire una realtà sua, personale, soggettiva, solo guidando lo spettatore a guardare dove avrebbe guardato lui. Come spiegato da Wiseman stesso in occasione dell’intervista per la consegna del Leone d’Oro alla carriera, i documentari: “Sono tutti film. (…) Il modello per me è stata sempre la fiction, in particolare quella letteraria“, e aggiunge poco dopo: “Non credo che la mia visione delle cose possa cambiare il mondo, ma voglio riflettere nelle mie opere la complessità del mondo in cui viviamo.“

Era un autore profondamente politico, seppure ad uno spettatore poco attento i suoi film potessero sembrare solo fotografie della realtà, e questo suo sguardo di profonda complessità si è posato, attraverso le moltissime opere della sua carriera, su tantissimi aspetti della contemporaneità.
In Ballet (1995), quello sguardo si posa sul lavoro del New York City American Ballet Theatre; in Public Housing (1997), si intreccia con la vita quotidiana di un quartiere residenziale, con la sua vita di strada, tra dipendenze, disoccupazione e rapporti tesi tra residenti e polizia. In Domestic Violence (2001), documenta un rifugio per donne e bambini maltrattati in Florida; in State Legislature (2007), si occupa delle funzioni quotidiane dell’apparato governativo dell’Idaho, nella legislatura in corso nel 2004. In Crazy Horse (2011), si addentra nella vita notturna di un noto nightclub parigino famoso per i suoi spettacoli di cabaret osè, mentre in At Berkeley (2013) racconta la quotidianità del campus dell’Università della California, Berkeley. In Jackson Heights (2014), si addentra nella multiculturalità del Queens e poi In National Gallery (2015) indaga sul funzionamento del museo londinese. In Ex libris: The New York Public Library (2017), documenta le attività svolte nella biblioteca e scopre i bibliofili che la abitano, per passare poi da un ambiente di ritrovo culturale alla cittadina di Monrovia, Indiana (2018) dove guarda da vicino la vita di un luogo rimasto isolato, la cui comunità religiosa e conservatrice è spaventata dal mondo esterno sconosciuto, e sostiene in massa l’allora candidato Trump. In City Hall (2020) esamina il funzionamento dell’amministrazione di Boston, mettendo in luce le politiche su questioni come gli alloggi a prezzi accessibili e l’ingiustizia razziale. In A Couple (2022) – prima esperienza del regista nella fiction, girato dal regista durante il periodo Covid, trascorso da Wiseman nella campagna intorno a Parigi – si concentra invece sulle lettere tra Tolstoi e la moglie, entrando nel loro complesso rapporto affettivo.
Nel suo ultimo film Menus Plaisirs torna al documentario, entrando stavolta nel mondo dell’haute cuisine, attraverso la famiglia di celebri chef francesi Troisgros, che dal 1968 detengono tre stelle Michelin.
Wiseman ci lascia l’eredità più importante, il suo sguardo di enorme complessità sul mondo, in un momento storico in cui allenare questo tipo di sguardo critico è fondamentale per comprendere la realtà sociale odierna. Il cinema di Wiseman è, se vogliamo, la rappresentazione per immagini di quel suo sguardo complesso, di quel pensiero critico, che – attraverso l’osservazione del mondo, la giustapposizione di frammenti di realtà, la comprensione di come questi frammenti si compongono, sovrappongono e oppongono – riesce a decifrare come l’uomo, a partire dalla relazione e dallo sviluppo di gruppi, arriva ad istituzionalizzarsi. Ciò che realmente interessava all’autore non era tanto l’istituzione in sé, ma come funziona l’uomo in quanto animale sociale, e perché no, anche cosa non funziona nel mondo sociale che abbiamo costruito.
“Voglio che chi guarda un mio film abbia la sensazione di essere presente davvero. Vi fornisco informazioni sufficienti perché voi vi formiate un’opinione.“, diceva l’autore.
Forse è proprio per questo che, in un viaggio quasi a ritroso, nel suo penultimo film sembrava voler tornare al nucleo primario di relazione, su cui si basano tutte le relazioni più complesse da cui derivano le istituzioni, quella tra due persone.
Nonostante la settima arte abbia perso ieri uno dei suoi esponenti più illustri, la sua filmografia rappresenta per il panorama cinematografico un’eredità destinata a rimanere viva nel tempo, a ricordarci che osservare è un atto politico, che comprendere la complessità del reale richiede tempo, pazienza e responsabilità, e che nessuna istituzione può essere letta senza interrogare l’uomo che la abita. Guardare oggi i film di Wiseman significa, forse più che mai, imparare a guardare il mondo.
La nostra Top 10
1) Titicut follies, 1966
Corso di Sceneggiatura in presenza a Roma dal 16 marzo

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2) The Store, 1983
3) At Berkley, 2013
4) In Jackson Heights, 2014
5) National Gallery, 2015
6) Ex Libris: The New York Public Library, 2017
7) Monrovia, Indiana, 2018
8) City Hall, 2020
9) A Couple, 2022
10) Menus Plaisirs, 2023




















