After Life – L’alter ego esistenziale di Ricky Gervais

La prima considerazione che emerge una volta finita di guardare tutta After Life è che, a quanto pare, anche Ricky Gervais ha un cuore. E pure bello grande.

Dopo aver messo in rete la sua ultima stand-up comedy in cui, birra-munito, ritorna on-the-mic a sette anni di distanza dall’ultima volta, Netflix ha infatti deciso di distribuire anche una serie scritta, diretta ed interpretata proprio da lui, il più cinico degli show men britannici.

Del resto la scelta era inevitabile. Perché After Life sembra il proseguimento ideale di certe situazioni da sempre care a Gervais, che prepotentemente ritornano alla ribalta in Humanity.
Così, quando sul palcoscenico afferma: «Perché lo spettacolo si chiama Humanity? Non lo so, non sono un fan del genere umano. Preferisco di gran lunga i cani», a Netflix devono aver pensato che quello fosse una specie di pitch per sponsorizzare anche la serie tv. Scritturato.

In After Life Tony è un uomo rude e schietto proprio come il Ricky Gervais conosciuto alle presentazioni dei Golden Globes. È profondamente innamorato della sua donna che però muore a causa di un cancro.After Life

La perdita lo sconvolge, non trova più motivi per sopravvivere ed in più di una circostanza prova ad uccidersi. A salvarlo sono gli occhi del suo cane, sempre al suo fianco, pronto ad abbaiare per scoraggiare le pulsioni suicide del padrone.

Ma a guardar bene – e nemmeno così a fondo – Tony è nient’altro che un alter ego senza microfono del Gervais stand-up comedian. Persino l’outfit è lo stesso.

È un insultatore professionista a cui è successa una tragedia, forse la più grave.
Quella necessità biologica di deridere il prossimo resta infatti anche nel protagonista di After Life e a farne le spese è Lenny, il collega in carne di Tony con cui firma i reportage per la testata locale su cui entrambi scrivono.
Lenny (che è interpretato dal Tony Way di Game of Thrones e Electric Dreams) è il pungiball preferito da Tony/Gervais, che in lui trova una spalla perfetta per sfogare tutto il suo mordente comico, sciorinando una serie di battute sprezzanti che fanno bene al protagonista più che decine di sedute dallo psicologo.

Così la serie (una inglesissima stagione da 6 episodi) alterna momenti di truce spacconeria hooligan ad altri di profonda riflessione sulla mezza età.
Il videomessaggio lasciatogli dalla moglie (un po’ sulla stessa onda de La corrispondenza, che pure si ambientava per metà in Inghilterra) è uno sciroppo tanto doloroso quanto depurativo.

È necessario. Come lo è confrontarsi con la malattia del padre, un David Bradley con lo sguardo perso nel vuoto ed i ricordi annebbiati dall’Alzheimer.
Certe cose sono più grandi di noi. E l’unico modo per andare oltre il nero che attanaglia è gioire delle piccole cose. Tipo bere quella birra con gusto e non per rabbia, godersi una passeggiata al parco oppure provare ad avere fiducia nel genere umano. Ogni tanto…