"Akira", di Katsuhiro Otomo

AkiraPiù di un miliardo di yen di budget (record assoluto, nel 1988), migliaia di animatori al lavoro e una cooperazione tra le dieci maggiori compagnie di produzione giapponesi: venticinque anni fa Akira si mostrava al mondo per la prima volta, manifestando con irruenza tutta la propria carica visionaria per dimostrare che nulla sarebbe stato più come prima. Il film di Katsuhiro Otomo segna infatti una vera e propria linea di demarcazione tra un prima e un dopo, rivoluzionando per sempre il mondo del cinema di animazione giapponese (e non solo); basterebbe la straordinaria sequenza iniziale, un inseguimento motociclistico per le strade di Tokyo, a testimoniare l’incredibile dinamicità raggiunta dalle capacità del team artistico del regista nipponico: partendo da un immaginario ampio e variegato, non esente da influenze occidentali (da Neuromante di William Gibson fino alle scenografie futuristiche di Blade Runner), Akira rappresenta un manifesto visivo ed ideologico ancora oggi ineguagliato, e celebrare il suo quarto di secolo di età attraverso la moderna proiezione in 2K non potrà che sottolineare ulteriormente la portata rivoluzionaria della sua visione.

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Dall’omonimo manga dello stesso Otomo, opera fluviale composta di oltre 2000 pagine (ma a quei tempi ancora incompiuta), il film ne rappresenta una condensazione ardita e inesorabilmente riduttiva, almeno in termini di chiarezza espositiva: a fronte di molti personaggi sacrificati e di alcuni passaggi inevitabilmente poco chiari (almeno per chi non ha letto il fumetto), il film riesce comunque a trasformare la sua complessità narrativa in pregio, ripagando pienamente l’attenzione richiesta allo spettatore. Akira è infatti l’esempio perfetto di quello che viene comunemente definito un anime adulto, ovvero uno strumento imprescindibile per cercare di comprendere la cultura giapponese contemporanea: un ineguagliabile caleidoscopio di immagini in movimento, attraverso il quale emerge una visione del mondo filtrata, di volta in volta, attraverso la fantascienza, il cyberpunk (Otomo, Mamoru Oshii), la fiaba (Miyazaki), il racconto adolescenziale di formazione e tanto altro ancora; insomma, un infinito (e meraviglioso) universo filmico nel quale l’unico limite è imposto dalla fantasia dei suoi stessi autori, e che molto spesso viene superato brillantemente film dopo film. La vicenda di Tetsuo, giovane motociclista di strada rapito dal governo per essere usato come cavia nel misterioso progetto “Akira”, è il viatico attraverso il quale Otomo costruisce il suo enorme e complesso tassello sull’Uomo e il Mondo, sugli orrori della guerra e sulla perdita irrimediabile della purezza; lavorando con estrema libertà sui generi, il suo film procede a rotta di collo senza curarsi delle ellissi e dei buchi di sceneggiatura che, almeno ad una prima visione, possono lasciare interdetto più di uno spettatore. Ma è una questione di scarsissima importanza: Akira frulla al suo interno tutte le suggestioni cinematografiche e letterarie possibili, per regalare uno spettacolo pirotecnico che non degenera mai in mero esercizio di stile. Metabolizzazione dello spettro atomico, atto di denuncia contro i soprusi governativi, grido di disperazione della generazione dei “figli della bomba”: il capolavoro di Otomo è questo e molto altro, un sogno ad occhi aperti che, in quanto tale, non necessita di coerenza. La messa in atto della metamorfosi di un corpo e di un'anima (il che ci riporta anche ad un altro Tetsuo, quello di Tsukamoto), fino a trasformarsi in una vera e propria via crucis di dolore e sofferenza, nella quale le prime vittime a essere sacrificate sono l’amicizia e la felicità, condannate a morte da un nemico che assume le sembianze di un bambino al quale è stata strappata via l’innocenza.

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Titolo originale: id.

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Regia: Katsuhiro Otomo

Origine: Giappone, 1988

Distribuzione: Nexo Digital

Durata: 120'