Al di là delle montagne. Intervista a JIA ZHANG-KE

In occasione dell’arrivo in sala di Al di là delle montagne, ecco uno stralcio della lunga intervista di Jia Zhang-ke con Aldo Spiniello, Leonardo Lardieri, Sergio Sozzo, in occasione del festival avellinese Laceno d’Oro, edizione del 2014.


La versione integrale della chiacchierata è disponibile FREE su Sentieri Selvaggi Magazine n.14. 

Jia: Nel 1993 mi sono laureato all’Università del cinema di Pechino e avevo 23 anni. Ho cominciato a girare il mio primo film nel 1997, riprendendo la vita della gente comune e delle persone come me. E quindi dal 1997, quando ho cominciato Pickpocket, fino al 2006, quando ho girato Still Life, ho sempre cercato di porre l’attenzione sull’impatto dei cambiamenti della Cina sulla vita delle persone. Soprattutto perché era lo stile che più mi rappresentava: raccontare la vita di tutti i giorni in un ambiente naturalistico e realistico. Poi dal 2008 quando è uscito 24 City e il 2009, l’anno di I Wish I Knew, ho iniziato a interessarmi sempre più alla storia della Cina, più che all’aspetto politico contemporaneo. E in questo contesto che è iniziata la mia collaborazione con Johnnie To, su una storia ambientata alla fine dell’800. Poi ho cominciato a occuparmi di come si stava sviluppando internet, in particolare weibo, che sarebbe il facebook cinese, e quindi a interrogarmi sull’impatto dei social network in Cina. E quindi mi sono interrogato sulle difficoltà dei giovani in rapporto a questi cambiamenti. Però ho capito che avevo per troppo tempo raccontato i problemi della gente comune in uno stile realista e volevo cambiare. Anche se all’inizio non sapevo bene come fare. Ho pensato a un certo punto che potevo concentrarmi sul cortometraggio perché rispecchiava a pieno ciò che volevo fare. Poi ho cercato ispirazione nei film degli anni ‘60, di King Hu soprattutto, perché riusciva a rappresentare storie di personaggi in opposizione al potere politico. È in questa direzione che ho deciso di cambiare, scegliendo di adottare uno stile più drammatico, per raccontare il contrasto che le persone hanno con la realtà.

Proprio a proposito di questo cambio di stile, apparente o sostanziale questo poi è da vedersi, in realtà nel tuo cinema c’è sempre stato un riferimento più o meno diretto a certo cinema di genere hongkonghese – ad esempio in Still Life è citato apertamente A Better Tomorrow di John Woo –, un cinema apparentemente molto diverso dal tuo… Eppure tu sei sempre riuscito a trovare l’incrocio magico tra mondi così lontani.

Jia: Il mio amore per il cinema di Hong Kong è nato già dalle scuole medie. Perché i film di Hong Kong erano gli unici che si potevano vedere all’epoca. Anche se erano illegali, noi riuscivamo ad aggirare i controlli. C’erano delle sale apposite in cui si potevano vedere questi film, chiamate video room. Sono stati, in ogni caso, i primi film che ho visto. E il regista che più mi piaceva era proprio John Woo. Quei film mi piacevano perché, in qualche modo, rappresentavano sempre i problemi della gente povera e anche perché veniva raccontata una Cina tradizionale, a me molto vicina. Sicuramente il periodo era molto complicato, si era subito dopo la rivoluzione culturale e i film di John Woo erano tra i pochi che si potevano vedere, anche se erano film di Hong Kong, e sicuramente hanno funzionato un po’ come una rottura. Si può dire che in Still Life l’influenza di John Woo si avverte soprattutto nei rapporti interpersonali tra i personaggi.

In molti dei tuoi lavori, sembra comunque che anche le citazioni cinematografiche facciano parte di una cultura popolare più ampia a cui tu fai sempre riferimento, non siano altro rispetto a tradizioni e culture molto più antiche e, magari, più alte. Come se il cinema fosse solo una parte di una serie di riferimenti, che poi sono quelli della “gente”. Quanto ha influito in questa concezione il fatto che la Sesta Generazione fosse proprio quella cresciuta con il cinema?

Jia: Innanzitutto vorrei ricollegarmi a quanto dicevamo prima, sull’influenza di John Woo sul mio cinema. In realtà il discorso della cultura popolare che fai tu, all’inizio per me non era valido. Io sono cresciuto nell’epoca immediatamente successiva alla rivoluzione culturale e lì ogni tipo di cultura era decisa dallo Stato. È stato solo qualche anno dopo che è cominciato ad arrivare qualcosa da Taiwan e Hong Kong, soprattutto a livello musicale. In passato, quando ero un bambino e la rivoluzione culturale era ancora in pieno, tutte le canzoni che c’erano erano canzoni di partito, decise dallo Stato. Noi eravamo la forza lavoro, noi eravamo i giovani della nuova Cina, eravamo comunque un “noi”, invece quando sono cominciate ad arrivare le canzoni di Teresa Teng si è cominciato a parlare di un “io”, e questa è stata una differenza sostanziale, importantissima. La rivoluzione culturale era un noi, solo dopo è nato un io, l’accento si è spostato dalla collettività al singolo. E la musica – non sembrerebbe – ha rivestito un ruolo molto importante, perché è stato grazie alla musica che ha cominciato a svilupparsi una “letteratura” popolare. E per questo nei miei film scelgo sempre di inserire molti momenti musicali, perché rappresentano a pieno quello che voglio dire. In particolar modo il karaoke, perché riesce a rappresentare appieno, secondo me, il carattere delle persone, i loro sentimenti. Credo che questo dal punto di vista cinematografico mi abbia fortemente influenzato, soprattutto a partire dalla fine degli anni ’90, quando ho iniziato a girare film. E solo poi mi sono accorto della bellezza e dell’importanza dello spazio, e in questo senso per me è stata decisiva l’opera di Antonioni, gli devo tutto da questo punto di vista.

Restiamo su questo concetto della cultura popolare, che sembra quasi l’unica via di riscatto della massa, l’unico modo di esprimere se stessi. Possiamo dire che questa cultura pop diviene una chiave di volta rivoluzionaria?

Jia: Assolutamente sì. La cultura popolare è ciò che riesce ad esprimere al meglio i sentimenti e le emozioni delle persone, perché segue un po’ il percorso delle loro vite. È importante capire quanto sia stata importante la musica popolare per noi cinesi in quell’epoca. Abbiamo parlato del karaoke. Per me è fondamentale, sembrerà strano. Mi spiego. Alla fine degli 49 anni ’90 mi trovavo in uno di questi locali e c’era un ragazzo che cantava, in maniera davvero stonata. All’inizio ero infastidito, poi ho provato una sensazione di tristezza fortissima e inaspettata. Perché, ascoltandolo, ho percepito la sua tristezza, il suo male di vivere. In realtà per quel ragazzo il karaoke era l’unico modo per esprimere i suoi sentimenti. È questo il problema. In Cina, in particolare, ma in Asia più in generale, fino a pochi anni fa non si aveva la possibilità di esprimere ciò che si aveva dentro e quindi il karaoke, ma la cultura popolare in generale, è l’unico modo per dire ciò che si prova.

Quanto la censura e la situazione politica in Cina influenzano l’apparato produttivo da un punto di vista economico? Ci sono mai stati problemi per reperire le risorse per un film?

Jia: Il regime ha esercitato e continua a esercitare, ma in maniera minore adesso, un controllo molto serrato sulla produzione cinematografica. Quando ho iniziato a girare io, non c’era alcuna libertà. È solo alla fine degli anni ’90 che una serie di registi, tra cui io, ha cominciato a raccontare i sentimenti dei personaggi, la loro intimità, cosa che prima non era in alcun modo possibile. Film come Platform o Pickpocket non si sono potuti vedere in Cina. È stato grazie alla pirateria che molte persone li hanno potuti conoscere. La Cina è un paese molto particolare, che vive uno sviluppo enorme. Il problema non è quello dei finanziamenti, quanto, specialmente in passato, la possibilità di far vedere i film al pubblico. Molte volte il problema non è che non abbiamo soldi, ma che non possiamo far vedere ciò che vogliamo. Ho avuto problemi anche con The World e A Touch of Sin. Solo dopo che sono stati visti all’estero, ho avuto la possibilità di mostrarli ai miei compatrioti.È strano, ma l’importante non è perdersi d’animo.