Alanah Pearce entra nel team di Sony Santa Monica

La notizia ha provocato reazioni contrastanti: oltre ai complimenti di fan e colleghi, non sono mancati gli insulti degli haters. Ecco tutta la storia

Per il mondo del gaming, il 2020 si sta rivelando un anno decisivo: a giugno è uscito infatti The Last of Us Parte II, considerato da esperti e appassionati un vero e proprio capolavoro tra i videogame di fine generazione; nelle settimane scorse c’è stato il release della PlayStation 5 e per metà dicembre è prevista invece l’uscita dell’attesissimo Cyberpunk 2077. Ma non è tutto. Il 17 novembre una delle sceneggiatrici di Cyberpunk, Alanah Pearce, ha annunciato sul suo profilo Twitter di essere stata assunta come junior writer dalla softwer house di Santa Monica di Sony, che ha sviluppato tra le altre cose la serie di God of War.

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La notizia ha scatenato una serie di reazioni entusiaste da parte di follower e colleghi, tra cui anche Phil Spencer e Aaaron Greenberg, rispettivamente boss e responsabile games marketing della concorrente Xbox. Ma insieme all’ondata di complimenti si sono sollevati anche le polemiche e gli insulti. Pearce infatti è stata bersagliata da tweet con messaggi violenti, minacce di stupro e di morte. Non è la prima volta che la gamer è oggetto di messaggi d’odio di questo tipo: già a giugno era stata costretta ad annullare le sue dirette streaming di The Last Of Us su Twitch a causa degli insulti ricevuti, ma il fenomeno si ripete ciclicamente da anni. Nel 2014 aveva risposto alle offese contattando direttamente le madri dei suoi giovani haters, mettendole a conoscenza del comportamento dei figli e condividendo poi le conversazioni sui suoi profili social. Nella maggior parte dei casi la geek community si è dimostrata solidale con Alanah Pearce, ma non si tratta di episodi isolati. Il 2014 è stato infatti l’anno del Gamergate che ha coinvolto le sviluppatrici Brianna Wu e Zoë Quinn, entrambe vittime di una massiva campagna misogina iniziata sui social, prima con minacce e offese, fino alla condivisione di dati sensibili come numero di telefono e indirizzo di casa che hanno costretto Quinn a rifugiarsi a casa di amici.

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Insomma, un modus operandi consolidato e reiterato, che trova terreno fertile sui social, capaci da una parte di garantire l’anonimato agli haters e dall’altra di veicolare facilmente e velocemente qualsiasi tipo di messaggio, che in poco tempo può diventare virale. Nella comunità videoludica questo tipo di atteggiamenti sessisti e misogini sono particolarmente radicati perché circola ancora la convinzione che sia un mondo ad appannaggio prevalentemente maschile, dove le donne costituiscono una ristretta minoranza che per alcuni non può avere diritto di rappresentanza. I dati in realtà smentiscono questa visione: secondo alcuni studi infatti il 47% dei gamer sono di sesso femminile. Un sintomo inequivocabile del cambiamento sociale che sta avvenendo da anni e ha coinvolto vari settori a lungo considerati di dominio prettamente maschile. Ecco quindi che grandi aziende come Sony e Microsoft se ne sono accorte accogliendo nei propri team di professionisti giovani talentuose come Alanah Pearce, che ha alle spalle un curriculum di tutto rispetto e una gavetta non indifferente in campo videoludico. La ventisettenne australiana infatti ha lavorato per nove anni nel mondo del gaming, ricoprendo vari ruoli, dai più noti e recenti come sceneggiatrice per Cyberpunk 2077 e doppiatrice di AfterParty e Gears 5, agli esordi come editor per il sito IGN e Save Game Online e content creator per i canali YouTube Furnhouse e Rooster Teeth.

Davanti ad esperienze come queste il risentimento degli utenti è del tutto immotivato, riconducibile forse a frustrazione e invidia. Soprattutto perchè Pearce ha tutte le carte in regola per contribuire in modo creativo ai progetti in cantiere di Sony. Tra i commenti circolano varie teorie, dalle insinuazioni che l’amicizia con Cory Barlog (direttore creativo di God of War e capo del team di Santa Monica) le abbia spianato la strada, alle immancabili osservazioni sul suo aspetto fisico. Fa riflettere il fatto che se il neoassunto fosse stato un uomo, nessuno si sarebbe permesso esternazioni di questo tipo. Per alcuni nel 2020 essere una donna è ancora una discriminante, soprattutto se si è tra le migliori professioniste in circolazione.

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