Albert Finney: storia di una vita incredibile

È davvero particolare come alla morte di un grande attore, i necrologi in suo onore si assomiglino un po’ tutti. Il caso di Albert Finney non fa eccezione: si sottolinea come l’attore inglese non abbia mai ricevuto un Oscar,  lo si ricorda per le sue mogli famose (Anouk Aimée, Jane Wenham), per la sua caratterizzazione di Tom Jones (1963) , per avere vestito i panni di Hercule Poirot in Assassinio sull’Orient Express (1974),  per il ruolo dell’avvocato in Erin Brockovich (2000) o per quello del vecchio sognatore Edward Bloom in Big Fish (2003).

Per il sottoscritto l’innamoramento per Finney è dovuto principalmente a due film che lo hanno proiettato definitivamente nell’olimpo dei grandi .

Il primo è Due per la strada (1967) di Stanley Donen in cui vengono raccontati 10 anni del travagliato matrimonio tra Mark (Albert Finney) e Joanna Wallace (Audrey Hepburn).

L’opera, che ha la caratteristica innovativa di parlare per flashback e flashforward, si avvale del contributo istrionico di Finney che alterna felicità e malinconia, ironia e sarcasmo, vitalità e depressione attraverso le fasi altalenanti di un percorso on the road. Se agli inizi l’innamoramento e l’entusiasmo giovanile fanno dimenticare alcune differenze caratteriali, a mano a mano che il tempo trascorre l’amore sembra anemizzarsi, disperso in tante piccole incomprensioni. Albert Finney inizia a indossare un gran paio di occhiali scuri che sembrano nasconderlo dalla consorte mentre l’essere passati da una Mustang alla Mercedes non è sinonimo di felicità. E John Huston si ricorderà di questi occhiali scuri quando chiamerà Albert Finney a interpretare il console alcolizzato Geoffrey Firmin in Sotto il vulcano (1984) dal romanzo mito di Malcom Lowry. Qui l’attore inglese è allo zenit della sua professione: riesce con grande equilibrio a rendere perfettamente la decadenza, la disillusione, la confusione mentale di un uomo che ha fatto passare il meglio della sua vita senza riuscire a trattenerlo dentro di sé. I duetti con la moglie traditrice Yvonne (Jacqueline Bisset) sono realistici e riflettono l’amarezza per un rapporto impossibile da recuperare. Questa interpretazione gli fa ottenere il premio miglior attore dell’anno ai London Critics Circle Film Awards e la nomination al premio Oscar e al Golden Globe.

Ma il talento di Mr. Finney si era già espresso agli inizi degli anni Sessanta: dopo la importante formazione teatrale shakespeariana e il diploma nel 1955 alla Royal Academy of Dramatic Arts, la bravura dell’attore inglese viene subito notata dai registi del Free Cinema che lo coinvolgono nei loro primi progetti. Dopo una parte secondaria ne Gli sfasati (1960) di Tony Richardson, il successo arriva con Sabato sera, domenica mattina (1960) di Karel Reisz dove interpreta con grande energia un don giovanni della working class diviso tra una fidanzata timida e una donna sposata.

La consacrazione avviene tre anni dopo con il ruolo da protagonista in Tom Jones di Tony Richardson dove veste il ruolo di un irresistibile seduttore nel Settecento immaginato dalla penna di Henry Fielding. Il film viene premiato con l’oscar per miglior film e per miglior regia e frutta ad Albert Finney la prima delle sue cinque nomination. Dopo una nuova positiva prova con il regista Karel Reisz in La doppia vita di Dan Craig (1964) che ne rivela un insospettabile lato oscuro, Albert Finney consolida il successo con la interpretazione ironico-malinconica nel già citato Due per la strada e conferma l’alchimia con attrici di grande sensibilità come Audrey Hepburn.

Del 1967 è la sua prima e ultima di regia con l’interessante L’errore di vivere dove interpreta lo scrittore Charlie Bubbles che, di fronte a una realtà familiare opprimente, cerca una problematica evasione.

Negli anni Settanta Finney regala memorabili caratterizzazioni come quella dell’avaro Scrooge ne La più bella storia di Dickens (1970) di Ronald Neame, quella del Bogart anglosassone in Sequestro pericoloso (1971) di Stephen Frears, l’indimenticabile Poirot nell’Assassinio sull’Orient Express (1974) di Sidney Lumet, l’ineffabile ministro della polizia Joseph Fouchè nell’opera prima di Ridley Scott, I duellanti (1977). Ma è negli anni Ottanta che la stella di Finney sembra risorgere a nuova vita: dopo la convincente parte di un mecenate in Annie (1982) di John Huston, l’attore inglese regala prova di eclettismo interpretando  Spara alla luna (1982) di Alan Parker in coppia con una superba Diane Keaton, Il servo di scena (1983) di Peter Yates che gli regala la terza nomination agli Oscar e il già citato Sotto il vulcano (1984) di John Huston.

Proprio questo ultimo tris di film dimostra la versatilità di Albert Finney che con grande naturalezza riesce a passare da un dramma coniugale a tinte forti alla rappresentazione di un vecchio attore skakespeariano un po’ megalomane ed arrogante, fino ad arrivare alla parabola esistenziale di un alcolista che annega lentamente dentro la tempesta dei suoi ricordi. Dopo  risulta davvero difficile fare meglio. Nel 1987 interpreta il gangster paterno Harold in Un ostaggio di riguardo di Pakula. Negli anni Novanta lo ricordiamo soprattutto come gangster perdente in Crocevia della morte (1990) dei fratelli Coen, come sergente innamorato in Playboys (1992) di Gillies MacKinnon,  insegnante misogino e crudele in I ricordi di Abbey (1994) di Mike Figgis, poliziotto burbero in Un sogno senza confini (1995) di Peter Yates, come alter ego dello scrittore Kurt Vonnegut in La colazione dei campioni (1999) di Alan Rudolph e onesto avvocato in Erin Brochovich (2000) che gli regalerà l’ultima nomination come attore non protagonista.

Per gli anni 2000 Albert Finney rimane impresso nell’immaginario collettivo per la fortunata partecipazione al film per la Tv Guerra imminente (2002) di Richard Loncraine, prodotto da HBO e BBC, che gli frutterà il Golden Globe come migliore attore per il ruolo di Winston Churchill e per la commovente interpretazione di Ed Bloom senior in Big Fish (2003) di Tim Burton. Interpreterà ancora ruoli importanti in Un’ottima annata (2006) di Ridley Scott e in Onora il padre e la madre (2007) di Sidney Lumet dove dà corpo alla figura dolente di un patriarca tradito dai propri figli.

Tra le ultime caratterizzazioni lo ricordiamo nella serie di film spionistici dell’agente Jason Bourne (The Bourne Ultimatum, 2007, di Paul Greengrass; The Bourne Legacy, 2012, di Tony Gilroy) e nello 007 Skyfall (2012) di Sam Mendes dove interpreta il vecchio guardiacaccia che resiste all’assedio dei nemici gridando “Welcome to Scotland!”.

A scorrere a ritroso l’immensa filmografia una caratteristica balza immediatamente agli occhi: la grande capacità di Albert Finney di passare da ruoli leggeri di semplice seduttore a personaggi complessi caratterizzati da una interiorità tormentata. Alternando ironia a dramma, vitalità ad autolesionismo, pragmatismo a sogno, aveva la particolarità di potere impersonare di tutto, dal vincente al perdente, dal misogino al capopopolo, dal personaggio delle favole al testimone della working class. Questo dono cosi raro lo ha portato ad essere tra i più importanti esponenti della sua generazione e protagonista indiscusso di una vita attoriale intensa quanto incredibile.

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