“Albert Nobbs”, di Rodrigo García

albert nobbsAlbert Nobbs è un film in costume che parla di travestimenti, di finzioni lunghe una vita. Quasi una sorta di metacinema che dà vita a un gioco di specchi ingannatori, di false visioni, che non coincidono mai con la sostanza delle cose. Siamo nell’Irlanda dell’Ottocento, al Morrison’s Hotel di Dublino. Il distinto e attento maggiordomo Albert custodisce, dietro il suo ostentato riserbo, un segreto. Sotto quegli abiti da uomo, sotto quelle maniere formali ed eleganti, in realtà si cela una donna, che, anni prima, ha scelto d’intraprendere questa strada per venir fuori da una vita di stenti e umiliazioni. A scoprire, casualmente, la vera identità di Albert è un pittore ingaggiato dall’albergo, Hubert. Ma, guarda caso, anche Hubert è una donna, che ha scelto di vivere da uomo e finanche di prender moglie per “amore”. E proprio perché sconvolto/a da quest’incontro, Albert sogna di cambiar vita, investire tutti i propri risparmi e far la corte a una giovane e bella cameriera dell’albergo, Helen. A sua volta, come in una perfetta ronde ophulsiana, innamorata dell’aitante Joe.

Tratto da un racconto di George Moore, interpretato anche in teatro dalla stessa Glenn Close, vera e propria artefice dell’operazione (qui è cosceneggiatrice e produttrice),
Albert Nobbs è una fin troppo perfetta parabola sulla necessità della finzione in una società formale e, quindi, superficiale, dove la realtà dei sentimenti è costretta a rimanere ingabbiata in un trucco, cioè nell’apparenza dell’identità. Onnipotenza dell’immagine che si appropria del corpo, del concreto della carne, fino a trasformare anche l’interno, l’anima, i sogni, i desideri, le passioni. E’ l’abito che fa il monaco. E nel dominio della messinscena, per ritrovare la possibilità di una felicità, cioè di una piena espressione di sé, si è costretti a compiere un pericoloso e decisamente fallimentare percorso inverso. Anziché svelare l’artificio dell’immagine, per riportarla a contatto con la realtà, si cerca di conformare la realtà al’immagine. Fino a far coincidere la libertà non già con la verità, ma con la finzione. In Albert Nobbs tutti fingono, a cominciare dalla protagonista. O meglio tutti si affannano a realizzare i propri sogni prestando fede all’illusione. Ed è per questo che diventa essenziale, nell’economia del senso, il rapporto tra Helen e Joe. Certo, ci sono le distinzioni, le coscienze. Ma poco conta.

Perché quel conta è che per tutto il film non si cerca mai di rispondere alla domanda fondamentale: perché Albert vuole sposare Helen? Perché la ama, come una donna può amare un’altra donna? Oppure perché crede di amarla, ormai assurdamente convinta della propria identità maschile? Segno di un’impasse irrisolvibile. Che, forse, riguarda il film, più che ogni altra cosa. Howard Hawks o Billy Wilder avrebbero fatto di questa storia una magnifica commedia sui rapporti tra sessi e sulle contraddizioni delle apparenze, un fantastico film di fantasmi. Rodrigo García, invece, si tiene nei limiti del dramma elegante, ben calibrato. E il suo sguardo è sostanzialmente di servizio, imbrigliato anch’esso in una sfiancante guerra di posizioni, in panni che non sembrano appartenergli a fondo. Alla fine, a far vibrare gli occhi (e anche tanto) sono gli interpreti, che, giustamente, diventano i padroni di questo gioco di ruoli. Glenn Close, ovviamente da manuale, Mia Wasikowska, Aaron Johnson, Janet McTeer. E soprattutto uno straordinario Brendan Gleeson, che appare e scompare sempre nello spazio di pochi istanti, portando con sé tutti gli incantesimi e le illusioni, le false visioni di Boorman. Presenza e coscienza politica di ogni cosa.

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Titolo originale: id.

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Regia: Rodrigo Garcia
Interpreti: Glenn Close, Mia Wasikowska, Aaron Johnson, Janet McTeer, Pauline Collins, Brenda Fricker, Jonathan Rhys Meyers, Brendan Gleeson, Mark Williams, Maria Doyle Kennedy.
Origine: UK, Irlanda, 2011
Distribuzione: Videa-CDE
Durata: 113′