Alberto Arbasino “transmediale”. Il teatro e la tv

«Self-made man d’origini decadenti (nato a Voghera nel 1930, rinato a Roma nel 1957) con la tentazione di vivere “come se”. Cioè, come se abitassimo una società civilissima, illuminata e cosmopolita, di spiriti forti…»

Così definisce se stesso A.A., Alberto Arbasino in un testo del 1989, intitolato Autodizionario degli scrittori italiani. Poche parole ma già sufficienti per delineare le fattezze e la grandeur dell’autore che pochi giorni fa, novantenne, ci ha lasciati. Sì, perché quest’uomo “costruitosi da solo”, lasciandosi alle spalle provincia e provincialismo alla volta della Capitale ha saputo attraversare un secolo d’Italia (e non solo), penetrandolo con sguardo attento, vena satirica e quell’inequivocabile attitudine ereditata dal miglior illuminismo lombardo e dai maestri antichi. Una produzione sterminata, la sua, che ci restituisce un Novecento tutt’altro che breve; un «journal ininterrotto», per usare le parole di Calvino, fatto di ininterrotti viaggi dentro e fuori i confini dell’Italia e dentro e fuori i confini dei media utilizzati per portare avanti senza tregua le sue scritture-conversazioni. 

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Era a suo agio sulla pagina scritta, muovendosi liberamente tra narrativa (e meta-narrativa) – che ne aveva segnato gli esordi con Le piccole vacanze, L’Anonimo lombardo e l’opus magnus Fratelli d’Italia – saggistica, giornalismo e teatro – nel 1969 uscì Super Eliogabalo – come davanti allo schermo televisivo. Pratico dei salotti dell’alta borghesia e degli eleganti caffé delle capitali estere, ma pronto a immergersi nei teatri ‘off’ e nelle cantine polverose dove i critici «togati e patentati» non azzardavano inoltrarsi. Una passione vorace quella per il teatro, raccolta nel testo del 1965 Grazie per le magnifiche rose, «forse il più vasto REPERTORIO esistente di spettacoli in tutto il mondo», come recita la copertina dell’edizione originale Feltrinelli.

E fu proprio in uno di questi eventi sotterranei, lontano dai radar degli intellettuali ‘illustri’, che Arbasino e l’amico Ennio Flaiano vissero l’epifania di scoprire il talento di Carmelo Bene.

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Lo racconta in un articolo apparso su La Repubblica qualche anno fa:

«Tutto cambiò con Carmelo Bene, credo. Forse veramente lo “scoprimmo” con Ennio Flaiano, e qualche dotto inevitabile paragone con Antonin Artaud, su una modesta scena remota dal centro storico e dai salotti ‘bien’. Altro che maniere chic, là. Ogni dettaglio sembrava – ed era – approssimativo e casuale. Altro che le geometrie postbrechtiane di Strehler o le raffinatezze minuziose di Visconti o le accurate eleganze di tanti altri. Il set di quella Salomé indimenticabile poteva rappresentare l’after hours di un produttore povero. Bottiglie vuote di whisky e sambuca sparse in terra per dare l’idea dell’orgia, fra cenci Art Nouveau da piazza Bologna appesi a panni da bucato…»

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Un coup de foudre assoluto che spinse il visionario Arbasino a sporgersi oltre, ed a portare, con geniale irriverenza, quell’attore straordinario che aveva osato «oltraggiare Wilde», come avevano titolato all’epoca molti giornali, nelle case di tutti gli italiani: per il programma Le interviste impossibili, andato in onda sul secondo canale della Rai dal 1974 al 1976, lo scrittore di Voghera decise di “intervistare” molti grandi personaggi della storia e della letteratura, interpretati in gran parte da un indimenticabile Carmelo Bene. «Poi per Le interviste impossibili gli chiesi d’interpretare Oscar Wilde. Lì facevo un cronista pecione che lo inseguiva di corsa in una stazione piena di fischi e di treni».

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Ma non fu certo la sola esperienza di Arbasino per il piccolo schermo, lui così moderno da portare già in sé, come pochissimi altri colleghi intellettuali, una sensibilità a trecentosessanta gradi per quella che noi contemporanei chiameremmo oggi ‘transmedialità’.

Lo si ricorda spesso nei comodi panni del mediatore, dell’arbitro in match televisi ormai celeberrimi. Veri e propri duelli di letteratura, cinema, politica, teatro, musica, giocati nel salotto-ring del programma omonimo: Monicelli contro Moretti, Agnelli e Ravera, Montanelli e Bocca, Sanguineti e Moravia e così via. Dieci puntate con un unico, vero intento, ovvero quello di mettere le generazioni a confronto. Un’Italia contro un’altra Italia, fatto molto a cuore ad un autore che aveva mosso i primi passi letterari tra le fila giovanissime del Gruppo ’63. Senza dimenticare poi, che correva l’anno 1977, anno di spinta e sperimentazione, anno iconoclasta, e i giovani più creativi non avevano più intenzione di seguire le orme dei loro padri.

Al centro sedeva A.A., instancabile osservatore, sottile provocatore, sempre attento nel parlare e nel vestire, elegante e frivolo, come solo i grandi moralisti sanno essere.

Così, dopo averci consegnato copiosi affreschi del passato e del presente del nostro paese, disegnato una geografia letteraria e iconografica della nostra memoria culturale, scritto di qualsiasi cosa e con qualsiasi strumento del linguaggio a sua disposizione, è morto Alberto Arbasino, diventando suo malgrado un «Venerabile Maestro». Quel che è certo è che qualsiasi intento di dipingere in poche parole la sua opera si rivela fallimentare, o quantomeno terribilmente parziale e arbitrario.

D’altronde c’è chi dice che sia stato «il più debordante e paradossale della nostra letteratura».

Ed è impossibile negarlo.