Alice attraverso lo specchio, di James Bobin

È il 1936. Un Topolino old style attraversa uno specchio e incontra una serie di bizzarri personaggi – carte da gioco che danzano, telefoni parlanti, pouf che abbaiano – prima di svegliarsi e rendersi conto che si trattava di un sogno; gag, numeri musicali e una certa creatività colorano il cortometraggio. Cosa resta oggi di quella sperimentazione e di quella magia? Restringendo il nostro campo d’osservazione ai live action, ben poco. Certo, esistono rare e felici eccezioni, pensiamo a Come d’incanto, al più recente Saving Mr. Banks e in parte al Grande e potente Oz. Ma da quando il Tempo ha spazzato via il nome di Walt dalle produzioni moderne anche la sua fabbrica dei sogni è andata sgretolandosi. Tra i meriti che vanno riconosciuti a Disney c’è infatti l’aver saputo anticipare i gusti del pubblico puntando all’innovazione e alla diversificazione (il cinema, la televisione, i parchi di divertimento); il suo spiccato spirito imprenditoriale ne avrebbe però risentito se non fosse stato alimentato da uno sguardo da eterno Peter Pan, in grado di risvegliare negli adulti la loro anima fanciullesca.

Purtroppo la tendenza attuale degli Studios sembra essere quella di replicare piuttosto che inventare, di ripescare dal passato invece di tentare nuove strade. Ialice_wonderland_tim_burton numeri al botteghino diventano una logica dominante in questi processi e così da qualche anno assistiamo a remake alquanto discutibili dei Classici. Alice in Wonderland ne è l’esempio straziante: come trasformare un’opera letteraria assurda e visionaria in un fantasy di terz’ordine con tanto di paladino, spada magica e drago sputa fuoco (e non stiamo parlando della Bella Addormentata!). Tim Burton ha avuto l’infelice idea di mettere la sua firma sul progetto, con il risultato che al di là del layout e dei personaggi dell’Alice carrolliana e disneyana si perdevano le tracce. Gli incassi hanno abbattuto qualsiasi giudizio critico e il sequel era garantito.

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Questa volta la sceneggiatrice Linda Woolverton ha preferito rimodellare il materiale narrativo esistente senza stravolgere il già precario universo burtoniano. Alice (Mia Wasikowska), continuamente vessata dagli obblighi familiari, fa ritorno a Sottomondo per aiutare il suo più caro amico, il Cappellaio Matto (Johnny Depp), tormentato dal ricordo della sua famiglia che crede ancora viva. Toccherà a lei salvarlo. Come accennavamo, la trama è molto semplice, quasi un pretesto per approfondire i alice_attraverso_specchiopersonaggi e i rapporti che li uniscono, o che in qualche caso li dividono. Si ripercorrono alcuni eventi del primo capitolo per comprendere le cause di rancori e delusioni. L’espediente utilizzato, e abusato, è il viaggio nel tempo che viene codificato nelle sue forme standard – un déjà-vu cinematografico accompagna lo spettatore durante i numerosi salti nel passato. A risollevare un minimo le sorti del film troviamo il Tempo stesso, interpretato da un Sacha Baron Cohen divertente e ricco di sfumature. Il resto è una macchina ludica oliata alla perfezione che riesce nel suo intento: intrattenere. Anche l’Alice del 1951 aveva un ritmo ben collaudato; questo però era la diretta conseguenza dello sforzo da parte di Disney di restare fedele all’umorismo e alla fantasia di Carroll. Qual è stata la chiave che ha reso possibile aprire la serratura? L’animazione: tradurre le parole in disegni, visioni, stati d’animo. In Alice attraverso lo specchio, invece, la spettacolare computer grafica ha sostituito l’immaginazione. L’ordinario ha chiuso in un cassetto la stravaganza. E l’impossibile è rimasto tale; forse perché si pensa che lo sia.

 

Titolo originale: Alice Through the Looking Glass

Regia: James Bobin

Interpreti: Johnny Depp, Anne Hathaway, Mia Wasikowska, Helena Bonham Carter, Sacha Baron Cohen

Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures Italia

Durata: 113’

Origine: USA, 2016