Alice in Borderland, di Shinsuke Sato

Tratta dal manga che ha ispirato Squid Game, la serie adotta i codici del survival horror per articolare un racconto sensazionalistico ed edulcorante sulla fragilità dei legami umani. Su Netflix

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C’è dell’ironia nel prologo di Alice in Borderland, dove l’incipit sembra quasi un saggio sugli orrori della contemporaneità. Se Arisu (Kento Yamazaki), immerso nella sua quotidianità, viene inizialmente inquadrato nel mezzo della folla di Shinjuku, nel momento in cui “transita” in una dimensione altra, parallela, dominata dalla smaterializzazione dei corpi di una Tokyo deserta (come ne Il momento per crescere), si trova a dover fare i conti con una realtà diegetica da lui ritenuta “impossibile” per la stessa ragione per cui noi spettatori la considereremmo assolutamente realistica: l’horror vacui di una città messa in ginocchio da un evento tanto “assurdo” (il suo) quanto quello pandemico (il nostro). E in continuità (paradossale) con gli effetti della contemporaneità, la serie – un adattamento dell’omonimo manga di Haro Aso, fonte di ispirazione del fenomeno Squid Game – basa la propria matrice survival sulla fragilità dei legami umani, la cui integrità viene messa alla prova dai reiterati e terrificanti games a cui i protagonisti/giocatori prendono parte per cercare un’insperata sopravvivenza.

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Diversamente dai suoi precursori/omologhi, la posta “in gioco” dei vari games sembra qui essere quella dei rapporti umani. In Alice in Borderland, di fatto, non c’è traccia della feroce critica politica di Battle Royale, del cinismo di Squid Game né tanto meno del puro divertissement di As the Gods Will. Nella costituzione delle terribili prove – di grado e difficoltà variabili identificate dalle carte da poker, i cui numeri indicano il livello e i semi la tipologia (i fiori equivalgono alla prova di intelligenza e picche ad una fisica, mentre i quadri identificano una prova a squadre, e i cuori una in cui si gioca con in sentimenti altrui) – la posta in palio è sempre la dissoluzione dei legami e il confronto con le sue conseguenze. Una strutturazione narrativa, però, che risponde, solamente, ai codici rappresentativi del segmento iniziale di racconto. Se, infatti, la prima parte della serie rievoca pedissequamente le strutture di genere tipiche del survival horror, dalla variazione dei giochi di morte – ampliamente diversificati per evitare di scadere nel tedio ripetitivo – all’estetica grandguignolesca, con una centralità delle uccisioni sempre più coreografate e stilizzate che cadenzano il confronto con il trauma da parte dei protagonisti – la seconda frazione è deputata all’osservazione di una natura umana disgregata, in un contesto sociale non più regolato dalle norme legislative.

Nel momento in cui il giovane Arisu, spinto dalla volontà di scoprire la motivazione per cui è stato trascinato in quel folle mondo, entra nella “Spiaggia” (un’utopica oasi dall’organizzazione militarista, dove i giocatori/partecipanti apparentemente collaborano per recuperare tutte le carte in gioco ed evadere da quella terribile realtà) Alice in Borderland cambia improvvisamente statuto, proponendo una rappresentazione iconografica delle conseguenze generate dalla dissoluzione del patto sociale. Sato (esperto nella trasposizione filmica dei manga, da Kingdom a I Am a Hero, fino al sorprendente Inuyashiki) qui, nel presentare un’umanità priva di regole, che insegue il soddisfacimento delle primitive pulsioni di violenza e prevaricazione, associa acutamente i codici del survival horror alla formula del bellum omnium contra omnes, uno spietato tutti contro tutti, dove il confronto mortale tra individui perde progressivamente di potenza, sia politica che emotiva, a causa di un eccesso di sentimentalismo ed azione edulcorante. Anche nell’interessante costituzione di un mondo panottico, che dall’alto osserva, giudica e colpisce gli inermi “carcerati”, si percepisce una superficialità di rappresentazione – manca un ragionamento credibile su come la partecipazione ai giochi da parte di milioni di persone sia stata resa possibile, in contrapposizione alla spiegazione politica/istituzionale di Battle Royale o a quella soprannaturale di As the Gods Will – che, nonostante tutto, analogamente a Squid Game, non rovina il piacere di una narrazione meritevole di raccontare la natura umana attraverso il filtro della stilizzazione e il dialogo con i codici di genere.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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Il voto dei lettori
3.5 (2 voti)
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