Alida, di Mimmo Verdesca

Un labirinto di immagini, lettere, diari, scrittura, amori, figli, cronaca giudiziaria, amici più vicini e più lontani, tappeti rossi, horror e riflessioni storiche. Una biografia di Alida Valli

Un labirinto sembra aprirsi dentro le immagini di questa cangiante e mirata biografia per immagini di Mimmo Verdesca, già selezionata per l’ultima edizione regolare del festival di Cannes. Un labirinto di immagini e parole, ma soprattutto di silenzi, quei silenzi che l’ancora non attrice Alida Valli, Alida Altenburger, istriana di Pola, viveva nella sua famiglia e poi lei così sensibile proprio a quella silenziosa comunicazione familiare, si sarebbe diretta, d’istinto, verso la recitazione che restava come uno sfogo, un lungo pianto a dirotto, come avrebbe detto più tardi, su quei palcoscenici dove la parola resta il centro dell’espressione artistica.

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Verdesca, sin da subito, traccia il profilo di Alida Valli, ne delinea i contorni, da subito emerge dalle immagini, quella figura di attrice lontana da ogni glamour per essersi dedicata con passione e una innata e riservata eleganza al mondo dello spettacolo. Aveva solo 16 anni quando comparve nei primi film di quella fiorente industria italiana che era all’epoca il cinema, ma al contempo, con il passare degli anni non smise mai di tenere da parte e gelosamente la propria vita privata, la famiglia d’origine e quella che si era formata. Acquista via via la sapienza la vita di Alida Valli e cominciava a prendere i contorni di quella che sarebbe diventata, quelli di una donna che viveva il suo mestiere come necessario completamento della propria esistenza. Diva e non diva, mamma e nonna, amante appassionata e attrice poliedrica e convintamente dedicata alla scena teatrale e cinematografica fino alla tarda età, Alida Valli/ Altenburger ha segnato con questi tratti una presenza centrale nel cinema e nel tetro italiano.

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Forse la figura artistica di Alida Valli è rimasta un po’ in ombra, surclassata come è stata dalle dive vere e proprie che il cinema italiano ha messo in luce (Sofia Loren, Anna Magnani…), dalle antidive (Silvana Mangano…), da quelle attrici la cui prorompenza superava anche le qualità. Alida Valli già depositaria di quel cinema detto dei “telefoni bianchi” ha attraversato le mode e i tempi, da Soldati a Giuseppe Bertolucci, da Neufeld a Pasolini e Hitchcock, passando per il teatro di Moravia e il cinema italiano degli anni 2000 fino al 2006. Un percorso artistico davvero invidiabile, sorretto da una ferrea volontà anche quando gli accadimenti sembravano dovessero fermare la sua vita artistica.

Ma con la passione e l’ostinazione di un carattere determinato Alida Valli ha saputo tenere insieme il lavoro e la vita familiare, quella segnata dai due figli e dai numerosi nipoti.

Mimmo Verdesca imbastisce nel suo film un ricordo affettuoso e circostanziato dell’attrice e della donna che Alida Valli – la Valli per il cinema di Hollywood – è stata.

Il film si perde, ma fa perdere lo spettatore con un filo d’Arianna ben stretto tra le mani, dentro le immagini di un cinema divenuto invisibile, quasi perduto e del tutto dimenticato se non per fini accademici, ma anche in quel cinema della rivolta intellettuale italiana con i nomi di Pasolini e Bertolucci, con quella rivolta ancora più meditata e intimamente legata ai valori di una cultura alla deriva che fu il cinema di Visconti o quello meditato e razionale di Antonioni.

Immagini, lettere, diari, scrittura, amori, figli, cronaca giudiziaria, amici più vicini e più lontani, tappeti rossi e produzioni marginali, horror e riflessioni storiche, fanno parte del ricco bagaglio di vita che Alida Valli ha costruito e che Verdesca sa organizzare senza perdere il suo filo d’Arianna, ma senza pedanteria biografica, il che favorisce un giudizio di estrema dedizione ad un progetto pensato e realizzato con la collaborazione del nipote dell’attrice Pierpaolo De Mejo. Forse il film non vive di una grande originalità nella costruzione per una biografia che resta complessa, sa però restituire con una ottima costruzione dentro i canoni consueti l’integrità della donna e dell’artista, il suo sguardo sul mondo e il suo carattere ironico, schivo e non incline ai compromessi. Alida Valli – e il film di Verdesca ha sicuramente questo merito – ci ha fatto riscoprire la sua poliedrica forma di essere attrice al di fuori di ogni moda e di ogni corrente. Non è un situarsi fuori, è un non contaminarsi perché in fondo le sue scelte artistiche, il taglio netto e costoso con Holluwood per non diventare una “schiava pagata”, ci hanno detto molto di più di quanto sia necessario per comprendere anche il resto del suo pensiero.

È questo sicuramente resta un merito del testo del film di Verdesca, quello di fare emergere dalle immagini il senso di una biografia che non si fermi agli anni e ai nomi, ma provi a raccontarci qualcosa di vero di Alida Valli che non sia la sua arte, che vediamo sullo schermo, insieme alla sua risoluta bellezza che resta tale anche in età avanzata. Una bellezza senza fronzoli, secca e determinata, raccolta in un sorriso che restò immutabile. È in questa molteplice forma dell’atteggiarsi, propria degli attori, che si delinea la figura e soprattutto il carattere di Alida Valli, attrice per vocazione e ottima professionista quasi per caso dopo avere frequentato, come una piccola sfida il Centro Sperimentale durante un soggiorno a Roma, abbandonando il suo Lago di Como che l’aveva accolta dopo la natia Pola, città nella quale non volle più tornare, perché gli ricordava il padre, come disse più avanti negli anni, rifiutando perfino la cittadinanza onoraria. Verdesca e De Mejo indagano sull’attrice e sul rapporto parentale che la legava al secondo non solo attraverso le immagini dei film da lei interpretati, ma anche attraverso le sue parole, quelle conservate nelle decine e decine di pagine dei diari che ha lasciato mostrando la traccia non solo del suo esistere, ma anche della sua vita intima, dei suoi pensieri celati al mondo, attraverso le altrettante numerosissime lettere ricevute e con pazienza conservate, da amici attori e attrici, registi e scrittori. Da qui sappiamo guardare ad un mondo personale fatto di rapporti intensi e veri, lontani da ogni ipocrisia che lei stessa non sopportava.

La biografia dell’istriana Valli si ricostruisce così nel film del regista pugliese, in questo labirinto di immagini, personaggi, parole, frasi e ricordi, un dedalo di altrettante strade che si aprono e se come detto Alida non possiede il primato dell’originalità assoluta, possiede però una forza interiore e una capacità di racconto che appassiona ed emoziona, possiede un carattere forte, deciso, determinato, mutuando questa sua caratteristica dallo stesso soggetto su cui indaga. Alida ci fa amare ancora di più il cinema, il legame con le immagini e con le parole che insieme sanno creare quella strana congerie di emozioni e ricordi che si sovrappongono e incidono il passato modificando per i posteri la percezione del presente.

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.75 (4 voti)
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