Alien: Covenant, di Ridley Scott

Se Prometheus disattendeva le regole della serie e la visione stessa dello xenomorfo, Alien Covenant ricolloca questo secondo prequel del film del ’79 nei territori convenzionali del già noto.

Se Prometheus era il tentativo di ricreare un immaginario attraverso la negazione con il suo prototipo, disattendendo le regole della serie e la visione stessa dello xenomorfo, Alien Covenant sin dal titolo (e dal battage pubblicitario) ricolloca questo secondo prequel del film del 1979 nei territori convenzionali del già noto, restituendo al pubblico tutte le consuetudini narrative e le fattezze mostruose della creatura aliena di Giger che ogni fan voleva (ri)vedere. Il risultato è quindi un film che si riallaccia alla vicenda e ad alcuni personaggi raccontati in Prometheus, ma allo stesso tempo ne è quasi l’opposto. Così dopo un prologo filosofico ambientato sulla terra, fatto tutto di dialogo e di scenografie minimal di stampo kubrickiano, che davvero sembra una costola del film precedente, ritorniamo presto nei tunnel e nelle capsule di raffreddamento dell’equipaggio della Covenant, una nave spaziale piena di coloni, diretta verso nuove terre da abitare e che è quasi la fotocopia del cargo Nostromo dove era ambientato Alien. Un brusco incidente sveglia i viaggiatori, i quali come nel film del ‘79 captano un segnale proveniente da un sistema sconosciuto. Il capitano Oram (Billy Crudup) lo prende come un segno divino e decide di visitare il luogo. Presto scopriamo che il pianeta è lo stesso dove dieci anni prima la missione Prometheus era atterrata senza fare mai ritorno. Eppure qualcuno di quella squadra è ancora in vita, pronto a spiegare ai nuovi arrivati (e a noi spettatori) il mistero di quella spedizione e di quel virus che inizia già a infettare e a trasformare i coloni della Covenant.

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Magari perché inconsciamente infastidito dal voler realizzare lo stesso film del ‘79, Scott fa quello che può pur di disattendere anche stavolta, nei limiti del possibile, le attese dello spettatore, costringendolo ad attendere ben due terzi del film prima di vedere l’alieno più famoso della storia del cinema. Il regista inglese sa anche che per funzionare un film di Alien ha bisogno di un’eroina e così dopo la non troppo fortunata Noomi Rapace di Prometheus, tocca a Katherine Waterston (Vizio di forma) il difficile compito di rimpiazzare Sigourney Weaver negli appetiti viscerali e intellettuali del pubblico. È lei infatti che affronterà il mostro fino all’ultimo, dopo aver visto morire un compagno dopo l’altro come da copione. Ma il tutto ha l’aria della stanca fedeltà alla tradizione, anche perché in verità la parte del leone è tutta di Michael Fassbender, già droide nel capitolo precedente e qui addirittura impegnato in uno sdoppiamento di ruolo che è forse il vero conflitto teorico e spirituale di questa operazione, più lineare della precedente (ma volendo fare i pignoli i conti con il primo Alien ancora non tornano) ma meno affascinante da un punto di vista visivo e concettuale. Nella rivalità David/Walter sta forse la folle scintilla demiurgica di un sabotaggio invisibile che il film si limita ad accennare. E se i protagonisti di questa nuova versione seriale fossero i droidi anziché i mostri? Se fossimo noi l’origine metaforica dei “nuovi” orrori? L’accompagnamento musicale wagneriano all’inizio e alla fine di questo capitolo dà quei contorni di superomismo che sono già una risposta politica. Ma chissà se a Ridley Scott non interessava di più fare un prequel di Blade Runner

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Titolo originale: id.
Regia: Ridley Scott
Interpreti: Michael Fassbender, Katherine Waterston, James Franco, Noomi Rapace, Guy Pearce, Carmen Ejogo, Billy Crudup, Danny McBride, Demian Bichir, Jussie Smollett, Amy Seimetz, Uli Latukefu, Andrew Crawford, Nathaniel Dean
Origine: USA, 2017
Distribuzione: Fox
Durata: 121′

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