Alien. Pianeta Terra, di Noah Hawley
Porta la saga oltre lo spazio claustrofobico e dentro le ferite umane. La paura però si perde tra i pianeti, senza scordare il sangue e il dramma. Disney+
Sul fatto che l’universo di Alien potesse espandersi in formato televisivo non ci sono mai stati dubbi: né da parte del “team fondatore”, composto da Ridley Scott, Dan O’Bannon e Ronald Shusett, né tantomeno da parte del pubblico. Poiché, se è vero che di morti violente ne abbiamo viste moltissime, è altrettanto vero che delle origini dello Xenomorfo, di quei pianeti lontani e delle nuove — e potenzialmente infinite — tecnologie futuristiche, mai a vantaggio e sempre a discapito dell’uomo, abbiamo conosciuto soltanto la punta dell’iceberg.
Accorsi in nostro aiuto negli ultimi anni, dapprima il monumentale Prometheus e poi Alien: Covenant, titolo che segna l’addio definitivo di Scott al “suo” leggendario e intramontabile franchise, quantomeno in chiave registica. A un solo anno di distanza da Alien: Romulus, l’ultimo capitolo della saga diretto da Fede Álvarez, esce su Disney+ l’atteso progetto seriale legato al franchise: Alien. Pianeta Terra, di Noah Hawley, cui dobbiamo successi tuttora vividi e rivisitati quali Legion e Fargo.
Quando una nave misteriosa si schianta sulla Terra, scatenando un’inattesa minaccia mortale, vecchie questioni relazionali e familiari — o, più in generale, emotive — tornano a galla, svelando con forza il lato oscuro del nuovo mondo e delle nuove tecnologie. Chi è più temibile: lo Xenomorfo o l’uomo?
Due gli elementi in evidenza fin dai primissimi minuti: Hawley, qui, ancor prima di muoversi come ideatore, regista e narratore seriale, si muove come romanziere. Chi conosce le sue opere rintraccia immediatamente tanto la questione del tempo — mai lineare e sempre strutturato in forma di flashback, flashforward, allucinazioni visive e distorsioni di varia natura — quanto quella della coralità e pluralità al centro e ai margini del racconto. Hawley, infatti, non abbraccia mai un singolo individuo, né tantomeno un singolo scenario. Alien. Pianeta Terra lo dimostra, rompendo l’isolamento feroce e profondamente sinistro — oltreché storico — della navicella inevitabilmente claustrofobica e orrorifica, poiché interessato all’esplorazione dell’altrove, dell’outdoor, e dunque del selvaggio.
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Non a torto, si è detto e scritto molto circa l’inatteso legame tra Alien. Pianeta Terra e i linguaggi (e scenari) di Jurassic Park Saga, specialmente nella seconda parte della serie (o miniserie? Si attendono sviluppi), quando gli ingranaggi cominciano a incepparsi e la paura prende a muoversi in una serie infinita di direzioni, nell’attesa di deflagrare in un modo o nell’altro. Eppure, il punto di contatto realmente concreto e vitale tra i due universi cinematografico/seriali, e più in generale narrativi, non lo si rintraccia esclusivamente nello scenario forestale — che, a ben guardare, prima di ogni altra cosa, si rifà ad Alien vs. Predator, ritrovandone l’immaginario e i volti — ma anche, e soprattutto, nella questione familiare: laddove la paura è del tutto umana, e per questo così spaventosa.
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Ci ricordiamo del terzo capitolo di Jurassic Park? Ebbene, Hawley lo riscopre, esplorandone complessità emotive e derive inevitabilmente feroci e horror, oltreché drammatiche. La dimensione splatter, per quanto centrale, è sempre stata marginale all’interno della saga di Spielberg, per quanto centrale, almeno in fatto di attese e sensazioni del pubblico. Qui invece la ritrova fin da subito, tra laghi di sangue, corpi orrendamente mutilati e sinistre mutazioni dal fascino carpenteriano. Oltre lo splatter, il dramma. Hawley con maturità e passo dolente, ci racconta cosa significa oggi — e ancor più domani — amare una sorella o un fratello perduto, poiché divorato dal buio, qui dal cyberspazio e dalle spietate leggi dei magnati dell’high tech. Familiare poi riconsegnato alla luce, al mondo e ai suoi animali (o mostri?) più pericolosi: gli uomini. In attesa di scoprirli e scoprirsi ancora, registrandone umori e potenzialità.
Alien. Pianeta Terra poi, tra le moltissime questioni narrative, coglie più che abilmente le migliori intuizioni di Prometheus, tornando all’inquietudine, allo spaesamento e alle ambizioni degli androidi: coloro che vorrebbero essere umani, pur non possedendo le basi strutturali, pur non possedendo un cuore. Ma se ne avessero spaventosamente la capacità? Se gli venisse donato? Cosa accadrebbe all’altrove (e all’altro) e, ancora, cosa accadrebbe a noi? Non è il prodotto seriale più riuscito di Hawley, ma la passione per i linguaggi d’appartenenza è talmente sconfinata e rispettosa da impedire la perdita della rotta, sempre chiara, per quanto bislacca e affamata di mondi ed emozioni. Non sempre aggiungere è la chiave del successo, specialmente in fatto di paura.
Titolo originale: Alien: Earth
Creata da: Noah Hawley, Dana Gonzales, Ugla Hauksdóttir
Interpreti: Sydney Chandler, Alex Lawther, Timothy Olyphant, Adrian Edmondson, Essie Davis, Samuel Blenkin, Babou Ceesay, Adarsh Gourav, Erana James, Lily Newmark, Jonathan Ajayi, David Rysdahl, Diêm Camille, Moe Bar-El, Kit Young
Distribuzione: Disney+
Durata: 8 episodi da 50′ circa l’uno
Origine: USA, 2025


























