All the Beauty and the Bloodshed, di Laura Poitras

Convincente documentario sulla fotografa tra le più influenti in circolazione, Nan Goldin, che lotta da sempre al fine di ottenere visibilità e giustizia per i mondi nascosti. Concorso

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In Concorso è stato presentato il documentario dedicato all’artista e fotografa Nan Goldin, attivista di caratura internazionale, che ha lottato negli anni al fine di ottenere il riconoscimento della responsabilità della famiglia Sackler, potente multinazionale accusata di aver causato migliaia di morti per overdose da farmaco. Attraverso l’arte, diapositive, dialoghi intimi, rari filmati, scatti famosi, l’opera intreccia passato e presente di Nan Goldin, intreccia la sfera privata e quella politica e non perde mai di vista la ricostruzione forte e convincente sull’influenza che lo sguardo dell’artista ha avuto dagli anni settanta ad oggi. Il lavoro è cominciato nel 2019 e ha il potere di stratificare con convinzione più storie in una. Nan Goldin nasce in una famiglia benestante e colta e passa un’infanzia complicata e drammatica per la perdita della sorella Barbara di 18 anni, morta suicida pur se dotata di un grande talento pianistico, ma evidentemente non capace di supportare e sopportare quella cultura puritana in cui era cresciuta. Sicuramente il tragico evento condizionerà Nan e la sua arte. Va via di casa molto giovane e presto comincerà ad avere problemi di droga, ma negli stessi anni grazie ad una sua insegnante conoscerà finalmente la fotografia.

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I mondi paralleli e nascosti prendono forma e si intensificano nei suoi primissimi scatti pure grazie all’assidua frequentazione del famoso night club di Boston, The Other Side, che non era soltanto un locale per spogliarelli ma anche un punto di riferimento assoluto di tutta la cultura underground. Qui realizza una serie di fotografie in bianco e nero alle drag queen facendo esplodere la loro fisicità, con rispetto e amore, mostrandole per quel che sono senza psicanalizzare e senza perdere la memoria di ciò che è veramente il loro vissuto. Si trasferisce a New York e si concentra soprattutto sull’East Side della città e sulla sua comunità, sulla scena punk e new wave che vede nell’uso dell’eroina un comune denominatore. Fotograferà i suoi amici nell’intimità quotidiana e si dà al colore e le immagini respirano di una naturalezza aliena in quegli anni. Sono gli anni pure di uno dei suoi capolavori, ispirato ad un’opera di Bertold Brecht, The Ballad of Sexual Dependency: negli anni ’80 proiettava una serie di diapositive sui muri dei locali, mostrando con crudezza la sfida alla morte di quella generazione che abusava di droga, alcol, con esistenze al limite.

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Dopo essere stata influenzata dal cinema di Antonioni, Fellini e l’opera video di Andy Warhol, l’opera di Nan Goldin a sua volta diventa un punto focale per diversi fotografi che si aprivano finalmente ad esplorare mondi paralleli. Negli anni ’90, dopo un lungo periodo di disintossicazione, trova un’altra strada in cui poter esprimere la sua creatività, quella della natura che sarà la protagonista dei suoi lavori. La documentarista statunitense, autrice di My Country My Country, nomination agli Oscar nel 2006, Citizenfour, premio Oscar nel 2014, Risk su Julian Assange, presentato a Cannes nel 2016, lascia scorrere quelle fotografie dalla composizione imperfetta, spesso addirittura sfocate, capaci di influenzare interi segmenti della fotografia contemporanea. Quell’equilibrio delle forme e dei colori in un mondo disperato che cammina funambolicamente tra dipendenze, amore e morte, la poesia dell’arte che non sempre è conciliante, tutto questo si evince con prepotenza dalle immagini del documentario.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
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