Allarme rosso, di Tony Scott

Un solido film di transizione attraverso cui il cineasta torna ad una messa in scena classica e tematizza i traumi dell’inconscio americano. Oggi, ore 14.40, Sky Action

Il 1995 è un anno particolare per Tony Scott. I suoi ultimi due film sono stati progetti difficilmente inquadrabili, legati alla scrittura di Quentin Tarantino (True Romance) e di Shane Black (L’ultimo boy scout), più che alla regia dell’autore inglese, che forse, per questo, prova verso di essi una certa distanza.

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Non solo: da tempo Scott si è adagiato nella sicurezza dello stile del duo Simpson/Bruckheimer, i produttori che lo hanno lanciato e che tra gli anni ’80 e ’90 hanno istituzionalizzato la patinata estetica del cinema popolare americano. Il risultato è che da qualche anno Tony Scott firma progetti interessanti ma probabilmente non si diverte più. Il regista sente la necessità di tornare ad una stabilità narrativa ed estetica, un punto da cui ripartire con le sue ricerche. Il trauma creativo di Scott riflette in fondo l’incertezza socioculturale di quei primi anni ’90, tra la caduta del Muro, le guerre nei Balcani e la Prima Guerra Del Golfo.

Non è un caso che Allarme rosso nasca da quella stessa ferita. Al centro del film c’è infatti il conflitto tra due ufficiali della marina americana dislocati su un sottomarino nucleare, il  giovane e moderato Primo Ufficiale Hunter (Denzel Washington) e l’aggressivo capitano Ramsey (Gene Hackman), un confronto che raggiunge l’apice quando un ordine malinterpretato relativo al lancio di una testata nucleare rischia di far scoppiare la guerra tra gli U.S.A. e la Russia.  Alla ricerca di un ritorno all’ordine, il regista concepisce dunque un film a tesi, utilizzando il conflitto morale sulla mutua distruzione assicurata tra i due protagonisti come pretesto per incapsulare i fantasmi della Guerra Fredda nello spazio chiuso di un sommergibile.

Ma non è abbastanza. Tony Scott vuole disfarsi dei detriti della sua identità artistica e perciò non solo richiama i suoi “padrini” Simpson e Bruckheimer ma cita anche in apertura quel Top Gun che ora è una carcassa da smaltire non prima di aver preso da essa il meglio per potersi reinventare.

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Scott attraversa un panorama di rovine e per ricostruire la sua autorialità sceglie di passare dalla tradizione. Allarme rosso spazia per questo tra A prova d’errore e L’Ammutinamento del Caine  ma soprattutto guarda al teatro e, forse, alla lezione di Codice d’onore scritto da Sorkin, a cui Quentin Tarantino e Robert Towne (non accreditati ma dalle cui mani lo script passò più di una volta), guardano con attenzione.

In Allarme rosso Tony Scott trova il film di transizione perfetto, un dramma politico quadrato, visivamente classico e che prova a tematizzare i traumi dell’inconscio americano: da Hiroshima alla crisi dei missili di Cuba, passando per gli spettri di Saddam Hussein e di Slobodan Milošević. Terminata la purificazione, nella seconda parte Scott inizia a ricostruire piantando i semi di quello che sarà il suo cinema degli anni ‘00. Non è casuale che la storyline nasca da una comunicazione captata in maniera incompleta, prologo ad un’autorialità che rifletterà sempre più spesso sulla manipolazione di dati e immagini  ma pensiamo anche al modo in cui Scott racconta l’ultimo atto, punto d’arrivo di tutto ciò che è stato e prologo per tutto ciò che sarà.

La radice teatrale viene estremizzata attraverso un epilogo girato in un finto real time, mentre la tradizione diventa un laboratorio in cui Tony Scott inizia a riscoprire sé stesso. Gioca con il postmoderno, gira le scene finali tra stalli alla messicana e montaggio serrato, come se il suo film fosse un muscolare action di quegli anni, si riappropria in maniera creativa dell’immagine, optando per una fotografia acida che sottolinea il crescendo tensivo.

Disperso nella filmografia di Tony Scott, Allarme rosso rappresenta uno di quei rari casi in cui il pubblico può confrontarsi con il laboratorio di una regia in divenire, un’occorrenza che, nel cinema contemporaneo, dominato da executives che controllano ogni momento della fase creativa è, di fatto, sempre più legato ad una archeologia dell’atto artistico.

 

Titolo originale: Crimson Tide
Regia: Tony Scott
Interpreti: Denzel Washington, Gene Hackman, Matt Craven, George Dzundza  Viggo Mortensen, James Gandolfini
Durata: 116′
Origine: USA, 1995
Genere: drammatico                                                                                                                     

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2 (2 voti)
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