All’ombra del patibolo, di Nicholas Ray

Nella morsa. Sembrano progressivamente chiudersi le vie di fuga attorno ai personaggi del cinema di Nicholas Ray, sin dalla fuga di Bowie Bowers del suo film d’esordio, La donna del bandito (1948). Anche in All’ombra del patibolo, realizzato l’anno successivo al pirotecnico western-melo Johnny Guitar, e ingiustamente considerato tra i film minori del cineasta, ricorre un tema dominante nel cinema del regista: l’individuo accusato ingiustamente che deve dimostrare agli occhi degli altri la propria innocenza. La figura di Matt Dow non è altro che un’ennesima variazione di Farley Granger di La donna del bandito e dello sceneggiatore cinematografico interpretato da Humphrey Bogart in Il diritto di uccidere (1950).

all'ombra del patibolo james cagney viveca lindforsIn All’ombra del patibolo Cagney sembra ribaltare le sue figure di criminale anni ’30. Quasi l’alltra faccia del temuto gangster di origini irlandesi di Gli angeli con la faccia sporca (1938) di Michael Curtiz. Il suo Matt Dow è un uomo dal passato oscuro diretto verso Madison. Sul suo cammino incrocia Davey (John Derek), un ragazzo del posto. Lungo la strada sparano a un falco  proprio nel momento in cui sta arrivando un treno che già aveva subito una rapina in quello stesso punto. Vengono scambiati per rapinatori e gli viene lanciata la refurtiva. In città però c’è lo sceriffo pronto ad arrestarli. I due poi dimostrano la propria innocenza. Il ragazzo però resta azzoppato. Qualche tempo dopo per scusarsi gli abitanti di Madison offrono a Matt il posto di sceriffo visto che non si fidavano più di quello vecchio. E l’uomo offre a Dewey il ruolo di vice. Ma una nuova rapina in città inizia a mettere in crisi dei rapporti che sembravano consolidati.

all'ombra del patiboloCi sono spesso eroi tormentati attorno al cinema di Ray. Dewey è un’altro ribelle senza causa, che porta dentro di sè una rabbia irrisolta e un rapporto conflittuale su ciò che lo circonda. Ma soprattutto, come si è visto, il suo cinema continua ad attraversare l’ombra del dubbio. L’inquadratura con la folla che sembra stringersi attorno a Matt con il cielo sullo sfondo che potrebbe progressivamente sparire è l’incarnazione della parabola antimaccartista che è uno dei cuori pulsanti del film. L’altro è il rapporto  di amicizia che si crea tra i due protagonisti, quasi un contrasto tra padre e figlio, diventato poi esplosivo in un altro grandissimo film realizzato lo stesso anno da Ray, Gioventù bruciata.

Forse Ray è uno degli artefici della modernità del genere negli anni ’50. Dove restano i luoghi ma potrebbero avere un’ambientazione contemporanea. Che in una durata piuttosto breve (92 minuti) sembra prendersi dei tempi che appaiono straordinariamente lunghissimi, da cui non si vorrebbe uscire. Come tutta la sequenza dell’agonia di Dewey che viene accudito nella fattoria della famiglia Swenson, dove nascerà poi una relazione tra Matt ed Helga (Viveca Lindfors), proprio come quel frammento con Laura (Julia Adams) che potrebbe ampliarsi a dismisura in Là dove scende il fiume (1952) di Anthony Mann. Ma Ray gira con maestria anche scene d’azione con rapidità impressionante: il lancio della refurtiva dal treno, l’arrivo dei rapinatori in chiesa. Dove il Mito non sarà una figura leggendaria come in La vera storia di Jess il bandito (1957). Basta la moneta umida sotto la lingua.

Titolo originale: Run for Cover

Regia: Nicholas Ray

Interpreti: James Cagney, John Derek, Viveca Lindfors

Durata: 99′

Origine: Usa 1955

Genere: western