ALTA FEDELTÀ

Titolo originale: High Fidelity
Regia: Stephen Frears
Sceneggiatura: D.V. Devincentis, Steve Pink, John Cusack, Scott Rosenberg
Fotografia: Seamus McGarvey
Montaggio: Mick Audsley
Musica: Howard Shore
Scenografia: David Chapman, Therese De Prez
Costumi: Laura Cunningham Bauer
Interpreti: John Cusack (Bob), Iben Hjejle (Laura), Todd Louiso (Dick), Lisa Bonet (Marie De Salle), Jack Black (Barry), Catherine Zeta-Jones (Charlie), Joan Cusack (Liz), Tim Robbins (Ian), Lili Taylor (Sarah), Joelle Carter (Penny), Natasha Gregson Wagner (Caroline), Sara Gilbert (Anaugh)
Distribuzione: Buena Vista International
Origine: Usa, 2000

Questo è un film “maschilista”, e lo è sfacciatamente, quasi senza pudore, perciò onestamente e, verrebbe da dire, necessariamente.
Allora: maschilista è una brutta parola? E…”femminista”? Proviamo a intenderci. O crediamo che tutte le parole che finiscono in “ista” sono negative (giornalista, dentista, fascista, comunista…ciclista)… oppure qualcuno/a ha talmente cambiato la storia che ormai nell'immaginario collettivo “maschilista” sta “ancora” per quello contro cui si battevano le donne circa 30/40 anni fa. Oggi è diverso e, finalmente, possiamo non più vergognarci di “dirci” maschilisti. O almeno non dobbiamo più vergognarcene per gli stessi motivi di un tempo…
E' John Cusack il vero “padre” di questo magnifico e terribile affresco sulla “condizione maschile” (che bello dopo tanti anni di dibattiti sulla “condizione femminile”…) odierna. Cusack ha scritto, prodotto e interpretato il film, avvalendosi della collaborazione del suo amico Stephen Frears con il quale giusto dieci anni fa aveva girato il bel noir Rischiose abitudini, intelligente, modesta e sapiente scelta di chi ha compreso che un film non necessariamente è il frutto del (solo) regista. Liberato dalle incombenze di regia, Cusack ha messo tutto se stesso in Alta fedeltà, riuscendo a coinvolgere nell'operazione personaggi come Tim Robbins, Katherine Zeta Jones, Bruce Springstein, ecc…, sicuramente non certo con i loro abituali cachet.
Ma di che parla High Fidelity (magnifico titolo che mescola il gioco dei rapporti con quello della tecnologia hi-fi). Parla di come gli uomini non ce la facciano più a sopportare le donne (e viceversa) e di come pare proprio, però, che non ne possano fare a meno. Tematica vecchia quanto il mondo, che però qui viene affrontata con quel sottile grado di “misoginia consapevole” che ne attenua velleità teoriche assolute, per rappresentare questo eterno conflitto come un'incredibile storia individuale.
“Perché alla fine mi mollano tutte?” si chiede candidamente Bob per tutto il film. Che è geniale nel riuscire a raccontare e mostrare l'universo femminile senza assolutamente provare a spiegarlo. Non c'è alcuna soluzione o risposta alle mille domande sullo stato dei rapporti uomo/donna del 2000, ma solo dei punti di vista particolari, che osservano stupiti l'andamento imprevedibile delle cose.
E' chiaro che l'andamento a senso unico delle storie d'amore (?) di Bob è una forzatura necessaria ai fini narrativi, così come il giochetto delle “Top 5” (donne e musica, magnifica accoppiata, gioia e dolori della vita), ma non sta lì il senso del “gioco (serio) d'amore” messo in scena da Cusack. Bob da perfetto “umano” è perciò stupido, cretino, assolutamente preda delle cose e delle passioni (magnifica la scena quando al mattino esce dalla casa di Marie Luis, con cui ha fatto l'amore e passato la notte e, appena solo, urla ossessionato il nome di Vim, l'amante della “sua “ Laura). Impossibile per alcuno non riconoscersi in almeno uno dei fatti, discorsi, espressioni del film, che sembra incredibilmente catturare dei frammenti di realtà e scaraventarle dentro immagini cinematografiche. L'impressione è che la rappresentazione del femminile di questo film sia tutta osservata e raccontata dal punto di vista maschile, e in questo c'è una grandissima forza di VERITÀ.
Come gli uomini vedono le donne oggi, come le sentono, percepiscono, amano, come soprattutto – finalmente in modo esplicito e chiaro – NON LE CAPISCONO. Sarebbe meraviglioso vedere raccontata la stessa storia con tanta franchezza dal punto di vista di Laura, per capire le sue ambiguità, i desideri contemporanei di conservazione e cambiamento, il suo essere preda di bisogni mutevoli e INESPRIMIBILI.
Cusack è bravo a non far scivolare il film nel mélo (qui sarebbe INSOSTENIBILE) e di tenersi sul filo leggero della commedia, senza però dimenticarsi mai di star parlando di “dolori veri”, di emozioni primarie. Laura e Bob si cercano, allontanano, avvicinano per tutto il film, che ci mostra univocamente come sia la donna (tutte le donne) a condurre il “gioco d'amore”, e di come l'uomo oggi, reso più sensibile, meno orgoglioso, meno presuntuoso e arrogante sia, probabilmente, molto migliore (e però inaffidabile) di quello di un tempo, e di come le donne avrebbero forse bisogno anch'esse di un “movimento maschilista” che le costringesse a liberarsi dei fardelli del passato che ancora troppo “comodamente” portano con sé. 30 anni di lotta di liberazione della donna hanno trasformato l'uomo, che oggi è smarrito, insicuro e, a volte, ridicolo e terribilmente indifeso. Perciò MIGLIORE, assolutamente più UMANO.
High Fidelity auspica un uguale cambiamento anche nell'universo femminile, che oggi forse illusoriamente pensa che poter condurre il gioco sia un atto di liberazione. Ma non può esserci vera liberazione se non per tutti, sembra suggerire velatamente il film di Cusack… (e poi vi potremmo raccontare dei giochi bellissimi con la musica, vero film parallelo, sia nei discorsi, nelle top five, nel negozio di Bob con i suoi folli amici, ecc… che nel filmarla assieme alla storia, ora sopra, ora sotto i dialoghi, ma questa è tutta un'altra storia…..Qui è tutto masculin/feminin…).

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IL N.14 DELLA RIVISTA DI SENTIERI SELVAGGI

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