Amanda Knox: il documentario Netflix

Qualcuno mi crede innocente. Qualcuno mi ritiene colpevole. Non ci sono vie di mezzo. Se fossi colpevole, sarei la persona più temibile del mondo, perché sono un tipo insospettabile. Ma d’altra parte, se fossi innocente, vorrebbe dire che siamo tutti vulnerabili. E questo è l’incubo di chiunque. Potrei essere una psicopatica travestita da agnellino, o potrei essere voi”. Con queste parole incisive inizia Amanda Knox, il documentario targato Netflix – presentato al Toronto International Film Festival 2016 –, diretto da Rod Blackhurst (Here Alone, premio del pubblico al Tribeca Film Festival 2016) e Brian McGinn (Chef’s Table, due stagioni). A introdurci alla storia è la stessa Amanda Knox, sguardo fisso in camera, look acqua e sapone e capelli a caschetto, su sfondo scuro.
La storia dell’assassinio di Meredith Kercher, ventenne inglese a Perugia per l’Erasmus, brutalmente assassinata la sera del 1 novembre 2007, e di come le accuse si siano focalizzate fin da subito su una delle coinquiline, l’americana Amanda e il suo fidanzato (conosciuto da pochi giorni) Raffaele Sollecito, la conoscono anche i sassi. La bella biondina dal volto angelico ha attirato su di sé l’attenzione famelica dell’apparato mediatico, che ha funzionato da vero e proprio amplificatore delle tesi accusatorie: Foxy Knoxy la mangiatrice di uomini, l’ipotesi del delitto a sfondo sessuale, la perversione sino alla violenza e al rito omicida e così via, i titoli sensazionalistici si sono avvicendati con una rapidità tale da creare un vortice di inquietante carisma attorno ad Amanda.

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Poco importa se nel quadro è entrato Rudy Guede (processato con rito abbreviato e condannato prima a 30 e poi a 16 anni per violenza sessuale e concorso in omicidio), perché “a far vendere era la Knox”. Così dichiara candidamente uno dei protagonisti del documentario, il giornalista britannico Nick Pisa (all’epoca corrispondente per il Daily Mail), che nel corso del lungometraggio non fa che affermare con un cinismo disarmante quanto fosse naturale per la stampa e i programmi tv avventarsi sul “processo del secolo” ed esagerare la realtà pur di apparire in prima pagina, senza prendersi la briga di controllare le fonti, ma riportando ciò che veniva loro detto. Chiave di lettura essenziale per questo prodotto, che vuole essere un documentario, ma in realtà altro non si dimostra se non una lunga tesi dimostrativa su quanto il processo ad Amanda (e Raffaele) sia stato un processo collettivo, perpetrato da angoli opposti (stampa e organi inquirenti) che si sono ritrovati a scrivere sul medesimo foglio la A scarlatta di Amanda. Altro punto di snodo cruciale è il ruolo dell’accusa, nella persona del sostituto procuratore generale Giuliano Mignini, ritratto nel suo narcisismo da investigatore alla Sherlock Holmes con tanto di pipa, fortemente cattolico (ovviamente… siamo in Italia, no?), che da subito ascrisse le strane reazioni di Amanda alla sua colpevolezza, continuando a portare avanti le tesi che dietro il delitto dovesse esserci per forza un’impronta femminile (dato che il corpo era stato coperto) e interpretando la Knox come una donna dalla forte lascivia. Il risultato, che McGinn e Blackhurst sottopongono con forza ai nostri occhi, è proprio questo: quanto i pregiudizi, personali e collettivi, abbiano concorso in questa vicenda per accusare ingiustamente due persone, non facendo luce su ciò che davvero successe a Meredith; arrivando addirittura a manipolare e interpretare le prove in un sistema pieno di lungaggini e malfunzionamenti come quello italiano, nella smania di una piccola cittadina di provincia, ritrovatasi all’improvviso sotto i riflettori internazionali, di fare “bella figura”.
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Dall’altro lato della medaglia, due giovani ragazzi che iniziavano a vivere il loro amore, manipolati e torchiati dall’accusa, colpevoli per forza perché così piaceva sia a chi puntava il dito che a chi teneva in mano la penna. Gli intenti di questo prodotto di far intravedere il lato umano e innocente della Knox, che ha portato i due registi a un lavoro durato anni – le riprese, infatti, sono iniziate nel 2011, e i due hanno detto di aver rispettato i tempi di ogni intervistato per procedere (ad esempio la Knox si è detta pronta nel 2013) – si scontrano con un risultato palesemente fazioso, che omette diversi dettagli pur di non usare tinte fosche nel ritrarre il suo soggetto. E alla fine, la sagoma che rimane, che conturba, incuriosisce, attira magneticamente è la sua, quella di Amanda Knox: una presenza che buca lo schermo, una reginetta di bellezza ambigua quanto telegenica, estremamente consapevole della propria immagine. Una donna che ha avuto negli ultimi nove anni una sovraesposizione mediatica con pochi precedenti e che ha ispirato ben due film: Amanda Knox: Murder on Trial in Italy (2011) con Hayden Panettiere e The Face of an Angel di Winterbottom (2015) – il primo decisamente incentrato sulla sua figura e sul risvolto romantico della liason con Raffaele, mentre l’altro dal taglio onirico, parte dalla vicenda per poi non raccontarla. Una donna che soprattutto continua a suscitare accese e contrastanti reazioni, tra accusatori e innocentisti, poco importa che la vicenda sia giunta, sembrerebbe definitivamente, ad una conclusione: anzi, anche la strana “vicenda” del caso processuale (prima la condanna, poi l’assoluzione, poi l’annullamento, poi di nuovo la condanna in secondo appello e infine l’assoluzione dalla Corte di Cassazione a marzo 2015) non ha fatto che alimentare l’alone di mistero e fascino attorno a questa moderna dark lady.
Il documentario di Netflix, che è disponibile sulla piattaforma digitale dal 30 settembre, poco aggiunge ai tasselli già ben noti, pur usando diverso materiale di repertorio alternato alle interviste ai suoi personaggi principali (Amanda, Raffaele, Mignini, Pisa, più qualche intervento dell’avvocato di Guede, Valter Biscotti, e un brevissimo commento della mamma di Meredith); di certo non entra nel merito analitico del caso. Anzi, nel tentativo di mostrare la pressione mediatica e l’influenza di stampa e forze dell’ordine, sfocia in alcuni momenti in ritratti folkloristici dell’Italia. E forse il lato interessante di questo documentario sta proprio in ciò che non dice volutamente: mentre ci parla del potere distorsivo dei pregiudizi (quelli della “vecchia e bigotta Italia” e dei giornalisti da tabloid assetati di gloria) nei confronti di un’americana bella e libera trasformata in una manipolatrice mangia-uomini, ci (di)mostra il “pregiudizio al contrario” che si annida nella cultura americana, quello della ragazza bianca, bella, di buona e benestante famiglia e dunque difficile da credere colpevole, innocente per evidenza di stereotipo positivo.

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