America Latina, di Fabio e Damiano D’Innocenzo

In concorso a #Venezia78, è forse lo svelamento definitivo della natura del cinema dei gemelli di Favolacce, edificio del quale è impossibile decifrare la natura delle ombre mute che lo abitano

L’edificio dell’immaginario dei fratelli D’Innocenzo è costruito su stanze che non necessariamente hanno bisogno di essere annodate strette al cinema:  le raccolte di fotografie e poesie o script di gioventù, più tutta la cura riposta nei mille rivoli della propria lucidissima auto-rappresentazione, con una consapevolezza molto contemporanea (come ad esempio la fumosa comunicazione fatta intorno a questo nuovo film). Incarnazioni che non è detto che debbano finire confinate tra le maglie delle opere per lo schermo dei due autori, che appaiono così come vaghe realtà alternative quasi accessorie, evanescenti sogni ad occhi aperti come quelli in cui resta spesso incastrato per un battito di ciglia il loro ultimo personaggio.
Da questo punto di vista, America Latina è forse lo svelamento definitivo della natura del cinema dei gemelli di Favolacce, compresa la ricercata impossibilità a stabilire con chiarezza la natura dell’inquietudine che abita queste gabbie geometriche e asfissianti.

Cosa e chi si aggira dunque dentro questi luoghi? Stavolta il teatro della crudeltà si svolge nella villa di un dentista, isolata tra gli spigolosi terreni dell’Agro Pontino: la scoperta di una “intrusa” imprigionata nella cantina di casa farà sprofondare il protagonista in un vortice di ossessione e paranoia non troppo lontano da alcuni exploit di Emmanuel Carrère come L’avversario o Le Moustache: chi si sta prendendo gioco dell’uomo? Gli amici, l’anziano padre, o addirittura la famiglia stessa, moglie e due figlie che si muovono per l’abitazione con leggiadria luminosa e impalbabile? Tutti sembrano tramare qualcosa agli occhi di un Elio Germano che inizia a dubitare della propria sanità mentale (troppo alcol al baretto di fiducia?) e che la mdp di Paolo Carnera trasfigura progressivamente in una creatura spiritata braccata da primi piani ostinatissimi e ombre stilizzate in controluce (e sempre più deformate) contro campiture assolute di colore, come il rosso del corridoio della villa o la violenta sequenza di confronto con l’anziano padre Massimo Wertmuller.

Prospettive ribaltate tra verticale e orizzontale, l’acqua come elemento ritornante, indizi sparsi come i servizi del telegiornale e simmetrie nascoste tra le azioni dei personaggi (il pianoforte, gli interventi sul lettino del dentista, le stringhe di ricerca su google…): i due autori non vogliono giocare con lo spettatore né costruire un impianto che si abbandoni al piacere del meccanismo del mistero, quanto attivare ancora una volta il proprio dispositivo di trattamento punitivo nei confronti di qualunque possibilità di umanità che possa solcare il sopra e il sotto di queste storie.
All’apparenza America Latina può forse sembrare un approdo spiazzante dopo il successo internazionale di Favolacce, votato com’è ad una messinscena minimalista ma perennemente squarciata da una composizione interna del quadro sempre calibratissima e anti-naturalista (e dalle dissonanze della colonna sonora dei Verdena). In realtà si tratta dello scientifico proseguimento del processo di svuotamento attuato dagli autori sugli elementi di una concezione del gesto cinematografico come palette di segni e strutture a cui viene tolta sistematicamente la voce (come accade alla misteriosa “apparizione” in cantina) per lasciar percepire solo un suono puramente astratto come il lamento della prigioniera, un rumore bianco, una frequenza interrotta. Un cinema che, sin dai tempi della triangolazione del finale de La terra dell’abbastanza, si esprime coscientemente come un segnale muto per ribattere al presente.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.53 (15 voti)
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UNICINEMA – UNA NUOVA IDEA DI UNIVERSITÀ

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