American Animals, di Bart Layton

Lexington, Kentucky. È il 2004 quando quattro studenti universitari si trovano irrimediabilmente a fare i conti con quella sensazione vischiosa e febbrile di delusione che attanaglia l’anima di una generazione annoiata dalla normalità del suo benessere. La soluzione per sfuggire alla presa tentacolare dell’anonimato della provincia e fare qualcosa di speciale è proprio là, dietro le porte che custodiscono, sotto la sola sorveglianza di una bibliotecaria di mezz’età, la collezione speciale della biblioteca della Transylvania University, con la sua rara edizione de L’origine della specie e, soprattutto, Birds of America, del naturalista e pittore John James Audubon, libro illustrato che ha la fama di essere il più costoso al mondo.
Ecco, allora, servito su un piatto d’argento il colpo perfetto dove, più che la monetizzazione della refurtiva, conta l’idea di dimostrare di esser in grado di oltrepassare la linea della normalità, diventando davvero e per sempre padroni del proprio destino. O forse si tratta solo della storia un quartetto di dilettanti, ragazzini viziati senza alcun talento criminale, il cui unico bottino è il fardello delle conseguenze delle loro azioni?
Inizia seguendo il canovaccio di un vero e proprio heist-movie questo primo passo nel mondo del cinema di finzione del documentarista inglese Bart Layton, con l’eccitazione della progettazione del colpo ad informare le immagini. Ma, mentre Spencer e Warren in testa, e poi insieme a loro anche Erik e Chas, preferiscono pensare alla propria vita come imitazione dell’arte, in questo caso principalmente la settima, e scrollando dalla spalle la pesantezza della quotidianità costruiscono il piano della rapina ispirandosi ai classici del genere, da The Killing, con Warren seduto di fronte a Sterling Hayden, passando per Rififi o I soliti sospetti, fino a prendere in prestito i nomi in codice de Le iene e a ricalcare su Ocean’s Eleven l’idealizzazione di come sarebbero dovute andare le cose durante la rapina, prende lentamente forma una geografia dove le delimitazioni del genere, a cui si attiene nella prima parte il film, sono solo uno dei tanti vicoli ciechi volutamente intrapresi da Layton.
E, dunque, diventa sempre più chiaro che ad esser centrale in American Animals non è tanto il colpo alla Transylvania University, quanto la riflessione sull’ambiguità connaturata allo sguardo. Dopo The Imposter, Bart Layton continua a portare avanti il suo lavoro d’indagine sul tema della verità come concetto imprendibile e dall’univocità continuamente frantumata. A partire dalla pretesa di contaminare il cinema di finzione con il documentario, come già in I, Tonya, ma questa volta con i reali autori del colpo a commentare, quattordici anni dopo la rapina, le immagini di una storia vissuta dal loro doppio cinematografico in un passato continuamente riscritto dall’instabilità della memoria, American Animals va moltiplicando l’ambivalenza sempre più cupa delle sue traiettorie, con un progressivo sfasamento del racconto e il sovrapporsi delle dislocazioni aperte dai diversi dei punti di vista adottati dai protagonisti. Nell’impossibilità di un’unica versione della storia, come da subito ci avverte il dissolvimento nel nulla del “not based on” della scritta iniziale, lasciando galleggiare sullo schermo solo “This is a true story”, le linee di demarcazione tra verità e finzione di American Animals vanno allora sfumandosi in una geografia priva di coordinate stabili, dove, proprio come la verità, anche la ricerca di una motivazione diventa un viaggio destinato al fallimento. Un viaggio che, però, non possiamo fare a meno di compiere.

 

Titolo originale: id.
Regia: Bart Layton
Interpreti: Barry Keoghan, Evan Peters, Blake Jenner, Jared Abrahamson, Ann Dowd, Udo Kier
Distribuzione: Teodora Film
Durata: 116′
Origine: Gran Bretagna/Usa 2018