American Hustle, di David O. Russell

David O. Russell sul set di American HustleLo strano caso di David O. Russell. Cineasta in rampa di lancio a fine anni ’90 con la satira action già allora abbastanza inclassificabile ma dal fascino contagioso che è stato quel Three Kings interpretato dal trio Clooney, Wahlberg, Jonze – parodia rocambolesca e avventurosa sulla Prima Guerra del Golfo, che in un modo o nell’altro avrebbe spianato la strada ad altre curiose e semiserie variazioni sul tema come Jarhead e L’uomo che fissa le capre – O. Russell è andata via via scomparendo per quasi un decennio, complice anche il fallimento della modesta commedia indie I heart Huckabees, per poi riaffermarsi a sorpresa con una trilogia sull’America e le sue sgangherate famiglie di cui questo American Hustle sembra essere l’ultimo tassello. Tre film, i suoi ultimi, da The Fighter a Il lato positivo fino ad arrivare appunto a questa sua opera recente, fortunatissimi presso critica, botteghino e Academy Awards. A oggi David O. Russell si presenta come un regista affermato, celebratissimo (probabilmente troppo), amato da (quasi) tutta Hollywood e soprattutto dagli attori che con lui sembrano sfornare una grande interpretazione dietro l’altra. American Hustle non fa eccezione e siamo pronti a scommettere che farà man bassa se non di Oscar certamente di un numero elevatissimo di nomination ai prossimi Academy Awards.

Eppure qualcosa non torna in questa ultima, calcolatissima, satira tra il comico e il poliziesco con doppie voci fuori campo che accompagnano spesso montaggi rapidi, dolly e carrellate che sembrano venire direttamente dai capolavori anni ’90 di Martin Scorsese e Thelma Schoonmaker (il tutto condito da un cameo di Robert De Niro che fa immancabilmente il verso a quello di Goodfellas/Casinò). In American Hustle David O. Russell omaggia il regista italoamericano e il vintage anni ‘70 in una riflessione assai programmatica sul trucco, la finzione recitativa, vizi e costumi di società e famiglia americane. Abbiamo una coppia di soci amanti truffatori di medio cabotaggio – Irving Rosenfeld (Bale) e Sydney (Adams) – che viene colta in fallo dall'agente FBI Ritchie di Masio (Cooper), ambizioso e ossessionato dal mettere in carcere qualche pezzo grosso e andare sulle prime pagine dei giornali. I tre mettono insieme un'operazione per incastrare il sindaco del New Jersey (Renner) e qualche mafioso di rango. C'è però l'incognita Rosalyn (Lawrence), moglie tradita di Irving, a rischiare di far saltare tutto il piano. Chi sono i "buoni" in questa sarabanda di doppiogiochisti? Quanto sono "reali" i giochi di seduzione che ogni personaggio esercita sull'altro?

A proposito di make-up ed esplicita messa in scena della performance attoriale qui abbiamo nell’ordine: Christian Bale american hustleingrassato con parrucchino, accento del Bronx e occhiali da sole, Bradley Cooper con barba e capelli ricci, Amy Adams con folta chioma, pellicce alla Twiggy, scollature arrapanti e accento inglese, l’ottimo Jeremy Renner con lungo impermeabile da politico newyorkese, ciuffo e dialetto italoamericano, Jennifer Lawrence impeccabile in ogni suo sguardo in macchina, assolo schizzato e scene madri (secondo Oscar in arrivo?). È quindi un film che vuole giocare. Gioca di brutto, ma allo stesso tempo si prende sul serio. Vuole essere sporco, un po’ anticonformista ma in fin dei conti innocuo, perfetto, in quanto cerca il meccanismo e la nobiltà interpretativa e formale dell’ “arte seria”. Tanti applausi e rumore per nulla? Forse sì. American Hustle ci sembra più vicino ai meccanismi dei Coen che alla luccicanza teorica di Soderbergh e una mezz’ora a caso della trilogia degli Ocean’s non vale molto di meno di quest’ultimo O. Russell. A forza di calcare la mano sulle sue stravaganze esibite American Hustle dimentica la ricchezza del fuori campo, il rischio sferzante di un'ambiguità o di un delirio senza controllo. Manca una dimensione autoriale convincente. Manca uno sguardo sul mondo che sappia attingere dai modelli cinematografici di riferimento per rilanciare la tradizione e dire qualcosa di nuovo. O. Rusell è uno bravo ma forse fino a un certo punto. E qui alla fine rischia di confezionare soltanto una mascherata da Actor's Studio di 130', lasciando delineare i contorni di un cinema col fiato corto.

Titolo originale: id.


Regia: David O. Russell
Interpreti: Christian Bale, Amy Adams, Bradley Cooper, Jennifer Lawrence, Jeremy Renner, Robert De Niro
Origine: USA, 2013
Durata: 130'

Distribuzione: Eagle Pictures