American Pastoral, di Ewan McGregor

Protagonista del romanzo di Philip Roth, American Pastoral, il dramma umano dello Svedese raggiunge il grande schermo grazie a Ewan McGregor, qui regista esordiente e protagonista.

Negli anni ’40, a Newark, non solo Nathan Zuckerman, ma tutti i ragazzi sarebbero voluti essere Seymour Levov, lo Svedese.  Prestante, affascinante, atleta eccellente e sposato con la splendida Dawn, ex Miss New Jersey, Seymour è l’uomo perfetto, invidiato da tutti. La vita, però, è ben diversa dalle promesse inespresse dei nostri sogni adolescenziali, e la parabola dello Svedese, meravigliosa creatura dell’american dream destinata alla più comune e triste delle tragedie familiari, è li a testimoniarlo. Protagonista del celebre romanzo di Philip Roth, Pastorale Americana (premio Pulitzer del 1998), il dramma umano di Seymour Levov raggiunge finalmente il grande schermo grazie a Ewan McGregor, qui regista esordiente e protagonista. Progetto sognato per anni da Philip Noyce, con Paul Bettany nel ruolo principale (attore meno affascinante di McGregor, ma sicuramente più dolente), American Pastoral deve affrontare da subito il pesante confronto con l’immane importanza del materiale originale per trovare una vita propria autonoma. Philip Roth non è l’autore più adattabile per il medium cinematografico e, infatti, la sceneggiatura di John Romano asciuga la vicenda dello Svedese e della sua famiglia a una lineare e piatta trama orizzontale, dove il dramma di Seymour è limitato alla perdita di sua figlia Merry, attratta dalle derive criminali dell’impegno politico clandestino.

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jennifer connelly ewan mc gregor american pastoralProbabilmente Romano e McGregor sono costretti a svuotare la prosa di Roth, a tagliare molto per arrivare a uno schema narrativo essenziale e a fare scelte e tradimenti fin troppo facili per permettersi di raccontare la loro storia. Il problema è che, al di là dei paragoni con il romanzo, il film di McGregor paga questa mancanza di coraggio, trasformando American Pastoral in un piatto period drama, un affresco neanche emotivo dell’America della contestazione, della guerra del Vietnam e del Watergate. L’attore scozzese, infatti, come regista inesperto ha una mano incerta, non osando mai alcun colpo e attenendosi al copione. Ben più efficace è la sua performance da protagonista, dove il suo dolore è sempre incanalato dentro un ostentato candore. Lo scontro generazionale tra il suo Svedese ingenuo, ancorato ai rassicuranti valori dell’America pre-Dallas, e la sua rabbiosa figlia, interpretata da una nervosa Dakota Fanning, il volto meno conciliante dell’Hollywood contemporanea, alla fine, è l’unico motore convincente, una piccola discendenza dall’opera di Roth. Forse per il suo esordio, McGregor avrebbe dovuto guardare a progetti più abbordabili, magari vicini alla propria sensibilità scozzese. Il tentativo, ammirevole e audace, di affrontare subito i giganti, infatti, ha avuto l’esito di schiacciarlo in un prodotto tristemente vuoto.

Titolo originale: id.

Reia. Ewan McGregor

Interpreti: Ewam NcGregor, Dakota Fanning, Jennifer Connelly, David Strathairn, Uzo Aduba, Valorie Curry, Rupert Evans

Distribuzione: Eagle Pictures

Durata: 108′

Origine: Usa 2016

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