American Utopia, di Spike Lee

Spike Lee filma il concerto di David Byrne che si è svolto a Broadway nel 2019. Parte come il classico film-concerto, poi si trasforma in qualcosa di magico e conduce a un finale inebriante. Su Chili

Ci sono spettacoli che potrebbero non finire mai, come American Utopia di David Byrne. L’ex frontman dei Talking Heads ha infatti annunciato che riporterà a Broadway il suo album omonimo (uscito nel marzo 2018) da settembre 2021 per 17 settimane. Intanto però c’è un’altra esibizione, portata in scena sempre a Broadway nel 2019 che si basa anche sul tour. American Utopia è stato presentato in prima mondiale al Toronto Film Festival nel settembre scorso e poi trasmesso in streaming su HBO Max. Spike Lee si approccia inizialmente al classico film-concerto. Ci sono gli applausi iniziali poi il pubblico per lunghi tratti sparisce. Nel montaggio il cineasta statunitense, che nel 2020 ha firmato anche per Netflix il suo nuovo lungometraggio Da 5 Bloods, ha infatti soltanto fatto intravedere gli spettatori presenti per quasi tutta la durata del film. Potrebbe già trattarsi dell modo di raccontare e filmare i concerti durante la pandemia.

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A piedi nudi sul palco. Byrne si esibisce con 11 musicisti. Sulle loro spalle ci sono dei minuscoli trasmettitori a infrarossi che consentono alle luci di seguirli automaticamente mentre si muovono sul palco. Si muovono in sincronia, guidati dalla fedele collaboratrice di Byrne Annie B-Parson che ha curato la coreografia. Il primo brano è Here seguito da altre 21 canzoni dove ci sono anche alcuni dei suoi più grandi successi con i Talking Heads come This Must Be the Place, Once in a Lifetime, I Zimbra o Road to Nowhere.

Spike Lee filma l’esibizione in American Utopia come uno spettatore appassionato. Non sembra esserci di più. Segue la forza di Byrne e si fa trascinare dal ritmo della sua musica e dei suoi racconti: gli inizi, la tv a colori, l’amicizia con Brian Eno e il respiro politico che fa già vedere quando parla di immigrazione e ricorda le sue origini scozzesi. “I am what I am”. Un racconto in prima persona che guarda al passato e al presente. Demme in Stop Making Sense giocava con i Talking Heads diventano un componente fantasma della band. American Utopia trova un approccio più classico, all’inizio meno libero. Poi scatta qualcosa di incredibile. Bisognerebbe riavvolgere il nastro. Tornare all’inizio. A metà film/concerto il ritmo è entrato nel sangue. Quando Lee è in forma e ispirato, riesce a ubriacarti con la musica come aveva già fatto nel bellissimo Bad 25 che, per un attimo, ci ha regalato il sogno di aver fatto tornare Michael Jackson dall’aldilà per ballare con noi. Si fa prendere per mano da David Byrne assieme agli altri musicisti. Ci sono delle ombre gigantesche alle loro spalle. C’è qualcosa che va oltre. La parola diventa martellante, ha un suo ritmo infernale come nella versione del brano Hell You Talmbout di Janell Monáe che elenca i nomi dei cittadini afroamericani uccisi dalle forze dell’ordine o morti in seguito a episodi di violenza razziale. Si, qui si entra nel cuore del cinema del regista. C’è la stessa rabbia e indignazione. Ed è la stessa di Byrne e gli altri. Quando i mondi si scontrano. A questo punto ci si scatena. Il pubblico ritorna e il finale diventa qualcosa di elettrizzante. Non c’è più la distanza con gli spettatori e anzi si torna per strada. Anche in bici. E c’è l’illusione di come ricomincerà la vita dopo la pandemia. Tutto (forse) sarà come prima.

 

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Titolo originale: id.
Regia: Spike Lee
Interpreti: David Byrne, Chris Giarmo, Jacqueline Acevedo, Mauro Refosco, Angie Swan, Bobby Wooten Iii, Tendayi Kuumba, Gustavo Di Dalva, Daniel Freedman, Tim Keiper, Karl Mansfield, Stephane San Juan
Durata: 105′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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