American Woman, di Jake Scott

Sienna Miller è Deb, in un dramma lucido e sobrio sulla scia di Manchester by the Sea nell’affrontare il dolore della perdita e su come – e se – si possa superare. Su TimVision e Chili

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


Dolore e sventura mostrati con elegante sobrietà. C’è un’opera recente dallo stesso produttore con cui American Woman spartisce questo particolare – la totale assenza della pornografia del dolore – facendone il suo punto forte: Manchester by the Sea, film in cui i personaggi, per poter sopravvivere, rinunciano ai sentimenti e cercano di evitare l’espressione di qualsiasi emozione che non possono accettare; il protagonista cerca solo di andare avanti, praticamente ignorando la vita. American Woman ne condivide la tragedia e molti tratti stilistici del racconto, ma si distacca per la diversità della sua protagonista, che al contrario del personaggio di Casey Affleck, pur cercando di sopprimere dolore sentimenti tenta più di una volta di abbracciare le possibilità e riuscire a prendere qualcosa dalle sue esperienze, in un percorso arduo e travagliato che cercherà più volte di affossarla ma permettendole così di cambiare e migliorare sé stessa.

Pennysilvania. Debra Callahan, impersonata da un’esplosiva Sienna Miller, una giovane donna dalla vita complicata, scopre che la figlia adolescente, da poco diventata ragazza madre, è scomparsa misteriosamente senza lasciare traccia mentre rincasava nel cuore della notte; evento che fa crollare definitivamente la sua vita e che la porterà a doversi prendere cura di suo nipote, crescendolo da sola. La storia, raccontata nel corso di 11 anni, dalla scomparsa alla scoperta della verità, porta in tavola una domanda cardine esistenziale: può la vita proseguire dopo un evento funesto?
Ci si può arrendere, la strada che voleva intraprendere il personaggio di C. Affleck, o si può decidere di rimettersi in piedi. Deb decide di intraprendere quella più lunga, la più difficile: anno dopo anno ricostruisce ogni tassello della sua vita, sistemando ogni sua mancanza, dal lavoro precario allo studio di una professione, da relazioni malsane a quelle più serie, fino alla ricerca di una dignità che aveva perduto. Il tutto grazie anche all’appoggio della sua famiglia, soprattutto del caro rapporto con la sorella, tanto diversa ma sempre presente, una relazione che fa da caposaldo della narrazione e nella crescita di Deb.

Come suggerisce anche il titolo, American Woman ha come unico focus quello di inquadrare la vita della sua protagonista, concentrandosi soprattutto sugli eventi successivi alla tragedia agghiacciante che le è capitata. Per la camera non esiste altro che Deb, e tutto il resto viene in secondo se non anche terzo piano, compresa la crescita di suo nipote o le situazioni private dei suoi familiari, nonostante appaiano costantemente nella sua vita.
C’è una chiara scelta di omettere quei dettagli che avrebbero reso il film un thriller a tutti gli effetti: niente cadaveri, niente immagini di assassini e niente ricerca ossessiva andando contro la stessa polizia pur di arrivare per prima alla verità. C’è solo una donna e il suo doloroso viaggio interiore.
Non per questo però non si possono scorgere i dettagli che ne attorniano la cornice, come la condizione precaria di quella classe sociale americana bianca, nominata “white trash”: quei cittadini di bassa estrazione che rappresentano la parte bianca più povera ed emarginata degli States; o i rapporti difficili ma carichi di emozione in quelle famiglie disfunzionali che vivono diversi disagi anche costanti, da quello economico a quello emotivo, costruendo uno spaccato di vita dove ogni parola carica di rabbia, ogni battuta e ogni lacrima sembra così vera – al punto da abbattere infatti un certo tipo di stereotipo, parlando sì di famiglie che vivono in certe condizioni ma equilibrandone la situazione.

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Da Manchester by the Sea a Tre manifesti a Ebbing, Missouri: nonostante American Woman si distacchi ad un certo punto dal film di Lonergan e ne condivida la dignità nel dolore provato, e nonostante la rabbia non detta ricordi leggermente il film di McDonagh, la rappresentazione dell’elaborazione del lutto è ancora più diversificata.
Jake Scott mette in scena un’opera dolorosa come i titoli citati sopra – anche grazie alla prova recitativa della sua interprete, capace di mostrare contemporaneamente fragilità e forza in una sincera trasformazione sia esteriore che interiore – ma decide di mostrare solo ciò che avviene dopo l’evento tragico, che non è ossessione per la verità nonostante sia palese che Deb aspetti costantemente la figlia o perlomeno di sapere qualcosa sulla sua scomparsa. Reduce da Welcome to the Rileys, Scott continua a puntare la camera sul senso di perdita e su quelle esistenze smarrite che devono ancora trovare la strada (come la sua prima protagonista Mallory, interpretata da Kristen Stewart), ma soprattutto sul come trovarla.
Infatti non è sola sopravvivenza ma piuttosto coraggio di rimettersi in piedi, in un film che prima di tutto parla di speranza: speranza di poter salvare una vita quando ne si perde un’altra. Una speranza questa che non esiste per esempio nell’America di Out of the Furnace (Il fuoco della vendetta), scritto dallo stesso sceneggiatore Brad Ingelsby, con cui America Woman condivide anche una certa atmosfera racchiusa nella desolazione della provincia americana. Deb, scegliendo di riportare dignità e orgoglio nella sua vita, non sceglie la strada della “giustizia da sola”, piuttosto affrontando il male con tutta la fierezza che si è guadagnata.

Titolo originale: id
Regia: Jake Scott
Interpreti: Sienna Miller, Christina Hendricks, Aaron Paul, Amy Madigan, Will Sasso, Alex Neustaedter, Macon Blair, Sky Ferreira
Durata: 111’
Origine: Stati Uniti, Regno Unito 2018

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.5 (2 voti)
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