Amici come prima, di Christian De Sica

E’ ovviamente per ribadire un collegamento forte con le traiettorie classiche del canone, che sempre più spesso le avventure dei personaggi di De Sica negli ultimi anni si sono andate rinchiudendo negli alberghi di lusso, nei condomini d’alta classe, sin dalle origini teatro di queste commedie popolari fondate sull’invidia di classe.
Se tra corridoi e stanze d’hotel la maschera desichiana s’è sempre aggirata nel corso dei decenni, queste ultime suite, più o meno da quella scroccata dal nobile decaduto di Buona Giornata (Carlo Vanzina, 2012) in poi, fino a quella – abissale – nella Milano del bosco verticale di Poveri ma ricchi (d’altronde anche Amici come prima porta le firme di Brizzi/Martani in sceneggiatura, insieme al compare Edoardo Falcone e alla new entry Alessandro Bardani), raccontano di un isolamento che vuole tenersi disperatamente a distanza da qualsiasi cosa stia accadendo “là fuori”. Rifugiandosi così nella familiarità del canovaccio mandato a memoria, e adesso ritornato utile per il pubblico fanatico del rimando “di secondo grado” (le battute di Christian, come già in altri titoli recenti che giocano la carta della memizzazione dell’icona, sono piene di delicatissimo, na caccola, che è sta cafonata, aiutatemi, fino a un “gay?…moderno!” ancora da pelle d’oca).
Peccato allora che poi puntualmente la scintilla vera scocchi dalle fuoriuscite che questo cinema non può più permettersi, una serie di volgarissimi scambi improvvisati nell’abitacolo di un’automobile davanti a un green screen che custodisce il segreto delle risate tra i due interpreti, relegate ai bloopers sui titoli di coda.

Comunque: la sequenza con Massimo Boldi in sedia a rotelle che insegue un nugolo di esotiche bellezze svestite potrebbe essere davvero l’ultima volta che assistiamo ad un’immagine del genere nella storia del cinema italiano (nemmeno gli istanti più boccacceschi del Loro sorrentiniano possono lambire certi demoni), e il film appare tutto diviso tra la disperazione di questa presa di coscienza, evidente soprattutto in un Boldi particolarmente contrito nella seconda sezione dell’opera, e il tentativo di resistenza costi-quel-che-costi, ovviamente messo in atto da De Sica che ritrova la gioia canterina en travesti di classici come Belli Freschi.
La messinscena, che è da sempre alla base della “poetica” del De Sica sia autore che mattatore, è qui quella architettata dal concierge Cesare Proietti (nome ritornante dell’epica desichiana) per continuare a farsi mantenere dal proprietario dell’albergo dal quale è stato appena licenziato e in cui ha lavorato tutta la vita, il riccastro Massimo (Boldi) Colombo, il quale è alla ricerca di un’accompagnatrice.

Il gioco grottesco di parrucche, finte paralisi e doppisensi va spessissimo a vuoto quando non lascia piuttosto basiti, ma per fortuna Amici come prima centra ben presto una china inaspettatamente dolente e “senza trucco”, con i due protagonisti che devono lottare per vedersi restituite le posizioni che noi figli stiamo svendendo, o appaltando all’estero. Insomma, la tentazione di leggerla come una metafora sulla condizione dei due comici all’interno dell’industria, e sulla fine dell’intera pratica cinepanettonesca, è forte: la miracolosa resurrezione del piano finale dopo la morte apparente (davvero uno spoiler alert?) darebbe ragione alla tesi, o è forse solo un gancio per un prossimo Natale a L’Avana

 

Regia: Christian De Sica
Interpreti: Christian De Sica, Massimo Boldi, Maurizio Casagrande, Lunetta Savino, Regina Orioli, Francesco Bruni
Origine: Italia, 2018
Distribuzione: Medusa
Durata: 90′