Amore a prima svista, di Peter e Bobby Farrelly

Quello dei Farrelly è un cinema militante, politico nel senso più stretto. I soliti detrattori ne vedranno solo la superficiale volgarità. Altri ne sentiranno invece l’assoluta necessità, la prepotente forza distruttiva

Ai Farrelly la levigatezza oliata dei corpi costruiti non è che debba dire un granchè. Siamo d’accordo. Vorremmo per un attimo provare ad immaginare ed a basarci per una volta nella vita su quello che sta dietro il corpo, ma ancor di più su quello che sta dentro. In “Dead Ringers” Cronenberg faceva esprimere ad uno dei suoi sublimi gemelli la necessità di un giudizio sulla bellezza interiore. Intestini, ossa, apparato muscolare e così via. Una buona idea. Tanto che a pensarci anche solo per un attimo, immaginiamo che della nostra realtà non ci resterebbe pietra su pietra. Non è tanto un fatto di esteriorità, di superficialità, di visibilità dell’anatomia sensibile. O meglio, è anche questo. Ma è più che altro un fatto politico. Immaginarsi l’invisibilità interiore di una forma così palesamente vedibile, osservabile, e andare poi a fare i conti con uno scacco mortificante dell’occhio/mente. Roba da rivoluzionare l’intero asse percettivo del nostro vedere e soprattutto del nostro scegliere. Che c’entra tutto ciò con il cinema “sguaiato” e demenziale dei Farrelly? Molto semplice. Si tratta di cinema militante, politico nel senso più stretto. I soliti detrattori ne vedranno solo la superficiale volgarità. Altri (e ci buttiamo con forza in questo ristretto novero) ne sentiranno invece l’assoluta necessità, la prepotente forza distruttiva. Il piccolo e tarchiato protagonista è il classico esempio di ragazzo medio con parecchi grilli per la testa. Vorrebbe incontrare la donna della sua vita, ma non gli basta. Il suo è un modello assolutamente fisico, non gli interessa altro. Un giorno accade l’inevitabile. Si innamora. La donna che conquista rapidamente il suo cuore è una brava ragazza, ma con un piccolo problema. Ha perlomeno sessanta chili di troppo, è obesa. Eppure lui non la vede così, o meglio, crede che la sua apparenza fisica sia un’altra. La presenta allora agli amici increduli che non sanno se ridere o compatirlo, ma lui non capisce il loro comportamento. Quella che appare a tutti come una ragazza goffa ed obesa, a lui sembra invece una donna assolutamente normale, quella che aveva sempre sognato insomma. Ecco qui allora il cuore del cinema dei Farrelly. Crearsi un’immagine che non corrisponda a quella reale, reinventare uno sguardo sulle macerie di quello precedente, quello già acquisito, quello istituzionalizzato. E poi lavorare di continuo sullo sfasamento visivo e soprattutto percettivo di chi si trova a fare i conti con quella regione sommersa dell’occhio che conduce a riconsiderare le cose sotto una luce diversa. Si potrebbe parlare di universo autoreferenziato, autosufficiente, e soprattutto assolutamente autonomo. Lo facciamo sena problemi. Ma andiamo oltre. A tratti ci sembra di avere a che fare con un tono quasi surrealista per ciò che concerne la messinscena, per il coraggio insito nell’opera dei due registi di far parlare la realtà attraverso un utilizzo assolutamente destabilizzante del corpo. Il problema di fondo è questo. Lavorare sul corpo, mandando all’aria ogni tipo di tirata pseudobuonista sul valore della diversità. Nell’estetica consumistica in cui sguazziamo, non è male ricordarsi di tanto in tanto che non esiste un corpo, ma i corpi. Esiste il corpo omologato, quello del potere per intenderci, e allora non c’è cinema che tenga. Ma ne esiste anche di un altro tipo che disturba, che turba, che fa pensare. E’ il corpo di uno sguardo che non accetta classificazioni, incasellamenti diagnostici, prediche di ogni tipo. E’ infine il corpo smodato e invadente di un cinema (quello dei Farrelly appunto) tanto solido e materico, da risultare quasi astratto. Non è poco.

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Titolo originale: Shallow Hal
Regia: Bobby Farrelly, Peter Farrelly
Sceneggiatura: Bobby Farrelly, Peter Farrelly, Sean Moynihan
Fotografia: Russell Carpenter
Montaggio: Christopher Greenbury, Brian DE Esch
Musiche: Ivy
Scenografia: Sidney J. Bartholomew jr.
Costumi: Pamela Withers
Interpreti: Gwineth Paltrow (Rosemary Shanahan), Jack Black (Hal Larson), Jason Alexander (Mauricio), Joe Viterelli (Steve Shanahan), Rene Kirby (Walt), Bruce McGill (reverendo Larson), Anthony Robbins (Tony Robbins), Susan Ward (Jill), Zen Gesner (Ralph), Brooke Burns (Katrina)
Produzione: Bobby Farrelly, Peter Farrelly, Bradley Thomas, Charles B. Wessler
Distribuzione: Twentieth Century Fox
Durata: 95’
Origine: Stati Uniti, 2001

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