Amy. The Girl Behind the Name, di Asif Kapadia

Il nuovo ritratto del regista dopo il fortunatissimo “Senna”. Stavolta l’ archivio di ricordi racconta il talento soul più cristallino della nostra generazione, Amy Winehouse. In sala da oggi al 17

Nella camera verde delle morti celebri del mondo della musica pop, quella di Amy Winehouse, forse il talento soul più cristallino della nostra generazione, è la prima dell’epoca della condivisione perenne, e dell’autopsia digitale prematura.
Asif Kapadia arriva così a costruire il castello di repertorio intorno alla figura della cantautrice londinese dalle acrobazie vocali pazzesche senza più il sensazionalismo dei rockumentary ad effetto con “immagini mai viste” (che pure qui ci sono, sia chiaro, soprattutto video privati girati coi telefonini, ma sono uguali a tutte le altre), ma anzi con la consapevolezza che di Amy noi abbiamo potuto malauguratamente già vedere tutto.
Ogni cosa, la storia d’amore malata da manuale, le disintossicazioni e le ricadute, le apparizioni imbarazzanti in pubblico, i concerti mandati in malora, la morte annunciata.

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amy the girl behind the nameIl documentario di Kapadia diventa allora un primo tentativo di riordino, più che una riscoperta dei lati mai raccontati sulla vicenda privata e musicale della Winehouse (la seconda giusto accennata, manca del tutto un discorso serio sul variopinto background di puro approccio britannico seventies allo stile dell’interprete).
E’ un lavoro esemplare proprio perché mettendo in ordine riesce a far spiccare istanti che prima erano sfuggiti, nel calderone cannibale della frammentazione da social: Kapadia decide di non inserire immagini girate da lui, o i volti in campo delle voci intervistate (tra cui il sempre formidabile Mos Def, amico intimo di Amy), e dunque il flusso dell’archivio e delle testimonianze in audio scorre tra gli spezzoni tv e i freeze frames zoomati con cui il regista coglie puntualmente il disagio e il profondo malessere dietro agli occhi della fragile cantante.

E’ in questo modo ad esempio che spunta fuori uno degli istanti di cinema in tempo reale più puro e potente tra quelli visti in questi giorni, con Winehouse che in collegamento da un suo live show aspetta di sentire se ha vinto o meno il Grammy. Sul maxischermo davanti a lei scorre la diretta della cerimonia di premiazione, a svelare il vincitore è la leggenda del jazz Tony Bennett, uno degli idoli di Amy. La ragazza è emozionatissima, un’inquadratura fissa ne coglie tutta la gioia dell’essere annunciata da un suo mito di sempre, e quando Bennett pronuncia proprio il suo nome, Amy si scioglie in un pianto tenerissimo e istintivo, e corre ad abbracciare i suoi musicisti.
Impreparata al successo e alla persecuzione di cui sono preda le celebrità, questa giovane donna reagiva costruendo l’abituale maschera di strafottenza e isterismo violento: Kapadia ne restituisce invece la natura schiva e gentile, umile quanto concentratissima nello studio di una singolarissima visione della musica black che perseguiva con ostinazione anche quando continuava ad esserle richiesto di cantare dal vivo solo il materiale di Back to Black.

E il film ci lascia allora anche con la curiosità per una ambizione artistica che aveva tutta l’intenzione di volare alto, ma di cui non ascolteremo purtroppo mai l’evoluzione.

Titolo originale: Amy
Regia: Asif Kapadia
Interpreti: Amy Winehouse, Yasiin Bey, Mark Ronson, Tony Bennett, Pete Doherty, Mitch Winehouse, Tyler James, Salaam Remi, Janis Winehouse, Monte Lipman
Distribuzione: Good Films e Nexo
Durata: 90′
Origine: Gran Bretagna, 2015

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