Anaconda, di Tom Gormican
Un reboot che abbandona l’horror per rifugiarsi in una comicità innocua e familiare, incapace però di mordere davvero. Finisce così per scivolare via rapido, senza lasciare alcuna traccia
A scanso di equivoci, pur appartenendo al redivivo franchise di Anaconda – sei lungometraggi complessivi, distribuiti talvolta in sala, altrimenti direct to video – il film di Tom Gormican si interessa molto poco alla mitologia della saga, facendosi, con efficacia e perché no, perfino malinconia, reboot estraneo, se non addirittura spin-off collaterale, che tutto vuol fare fuorché ritornare al passato. O meglio, a quel passato. Infatti, tanto a Gormican quanto agli autori dello script Hans Bauer, Jim Cash e Jack Epps Jr., il survival horror si presenta esclusivamente come dimensione repentina – è necessario un richiamo a evocarlo, un anaconda che striscia nella notte, un sussurro e niente più – nonostante fosse il linguaggio predominante del franchise.
Qui invece, un po’ per la presenza nel cast di Jack Black – sempre più dalle parti del Kevin Smith di Clerks e Jay & Silent Bob – e un po’ per esigenze di copione, il terrore, o adrenalina che dir si voglia, svanisce, permettendo alla comicità buffa, slapstick, grottesca e ancora una volta sottilmente malinconica di guadagnare sempre più campo, raccontandoci di tutto ciò che accade alla fine del sogno, della propria passione e dell’innocente, se non ingenuo, desiderio di andarselo a riscoprire. Nonostante il tempo trascorso sui volti, sui corpi e sulle volontà di questi amici, così come sul reale che nel frattempo è piombato nelle rispettive vite, sempre mutevoli, incoerenti, folli e caotiche. Così è la vita adulta, sembra dire ripetutamente Jack Black. Gli fa eco lo spettatore? Forse solo in parte.
Doug (Jack Black) è un videomaker di matrimoni che vive sospeso tra cinefilia dura e pura e un’asfissiante, nonché banale e ripetitiva, quotidianità, tanto sul lavoro quanto a casa, laddove ad attenderlo c’è una moglie che un tempo lo ha visto sognare e un figlio che vorrebbe tornasse a farlo, pur trovandolo ormai cambiato. Doug, infatti, sarebbe dovuto andare a Hollywood in compagnia dell’amico di una vita Griff (Paul Rudd), che, a differenza sua, è riuscito eccome a diventare una personalità dello spettacolo, seppur in misura assai minore rispetto a quanto inizialmente desiderato. Nel mezzo, l’alcolizzato e spassoso Kenny Trent (Steve Zahn), a sua volta regista mancato. E ancora Claire Simons (Thandiwe Newton), amore giovanile di Griff, nonché star dei cortometraggi infantili del gruppo d’amici. Ritrovatisi dopo anni, i quattro tornano a sognare, raggiungendo senza preparazione alcuna la foresta dell’Amazzonia. L’obiettivo? Girare un sequel di Anaconda. Sì, proprio quello del 1997 con Jennifer Lopez, John Voight e Ice Cube (a volte ritornano?). Realtà e finzione prendono via via a confondersi, fino a divenire un tutt’uno. Cosa si nasconde nella foresta? E ancora, riusciranno i quattro folli amici a girare il loro remake?
L’operazione è chiaramente irresistibile, nonostante l’anima del film ricordi, e non poco, quel piccolo capolavoro di satira meta-cinematografica che è Tropic Thunder di Ben Stiller, assai più feroce, adulto, sporco e politicamente scorretto. Tom Gormican, pur desiderando – almeno in apparenza – strizzargli l’occhio a più riprese, intende confezionare un prodotto di gran lunga più accessibile, ripulito e alla portata di tutti, perfino laddove potrebbe farsi violento – le morti, infatti, restano opportunamente celate e relegate all’off screen – e così dissacrante e autentico, a costo di farsi scomodo e respingente.
Oltretutto, si parla pur sempre di crisi di mezza età: di uomini cresciuti ed evidentemente irrisolti, di passioni troncate o, peggio, fatte a pezzi dalla vita e dagli ambienti d’appartenenza. Tutt’attorno, il peso delle menzogne e il bisogno insopprimibile di riappropriarsi di qualcosa che un tempo, senza farsi avvertire, è sfuggito e ora nuovamente apparso. Qualcosa di concreto, che dialoga fortemente con il bambino interiore che ancora vive in ciascuno di loro: quello più avventuroso, impavido e appassionato. Saranno così anche gli adulti? Proprio per niente.
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Lo dimostra la star in costante ascesa/discesa Griff, la cui pavidità e noncuranza è sotto gli occhi di tutti, così come l’impreparazione effettiva di Doug e, ancora, la dipendenza di Kenny. È chiarissima la direzione che il film di Gormican avrebbe potuto prendere, ma così non è stato. Anaconda s’accontenta d’essere unicamente un giocattolone per famiglie (al pari di Minecraft), il cui umorismo è al tempo stesso sciocco e sagace, cinefilo e universale, grottesco ma mai adulto, strappando con merito qualche risata, finendo però per lasciare un amaro in bocca che un certo pubblico, non mancherà di rivelare a più riprese.
Tra le immagini – e l’immaginario – Jurassic Park, King Kong, Rovine e ancora quel gioiellino di Be Kind Rewind – Gli acchiappafilm di Michel Gondry. Una suggestione tra tutte: ma se questo Anaconda lo avesse diretto Kevin Smith, che film sarebbe stato? Di certo uno meno innocuo, passeggero e dimenticabile. Qualcosa di disordinato, rischioso e vivo. Proprio come le esistenze ormai adagiate che il film di Gormican sembrerebbe raccontare. Appunto, sembrerebbe.
Titolo originale: id.
Regia: Tom Gormican
Interpreti: Jack Black, Paul Rudd, Steve Zahn, Thandiwe Newton, Daniela Melchior, Selton Mello, Ice Cube, Ione Skye, Ben Lawson, Rui Ricardo Diaz, John Billingsley, Dan Silveira, Diego Arnary, Jennifer Lopez
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 99′
Origine: USA, 2025



























