Anchorage, di Scott Monahan

Una lucida riflessione sull’Apocalisse del cinema “indie”, Tutto decade, anche il senso del racconto, forse solo le immagini risorgeranno, dopo la loro morte. In concorso al Laceno d’Oro 2021

Ad un certo punto di Anchorage, i due fratelli protagonisti (uno è lo stesso regista, Scott Monahan, l’altro è Dakota Loesch) recitano le loro orazioni funebri. Sono nel mezzo di una pausa da un viaggio che li porterà in Alaska, dove sono convinti potranno vendere la partita di droga che stanno trasportando. È uno dei tanti presagi di un film dominato da un’idea di catastrofe imminente. Anchorage è in effetti una lucidissima Apocalisse del cinema indie, scena che è sempre più uno strumento di riflessione delle ambiguità e dei lati oscuri del contesto socioculturale soprattutto americano. Ma lo sguardo di Monahan è agli antipodi del cinema allucinato dei Safdie Brothers, o di quello patinato del primo Sean Baker, forse, in questo, più vicino al pessimismo del Tim Sutton di Funny Face.

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Per Scott Monahan ormai, è tutto finito, forse davvero non c’è più nulla da raccontare e anche il viaggio dei due protagonisti pare girare a vuoto. Quello di Anchorage è uno spazio liminale, in cui la catastrofe è già passata, dominato dal vento ed abitato solo dai due protagonisti, una dimensione orfana di un immaginario e, forse, anche dello stesso cinema, visto il debito che il film ha un setup teatrale. E allora il viaggio verso l’Alaska è soprattutto un attraversamento dei detriti d’America, tra insediamenti abbandonati, rifiuti e costruzioni diroccate.

A Jacob e John non rimane che essere echi di un cinema che è stato, quasi copie fallate dei protagonisti di Good Time, sempre più immagini pure, preda del caos del reale. Jacob e John stanno morendo, anche solo simbolicamente, eppure è affascinante quanto i due non sembrino rendersene conto. Monahan ci mette forse un po’ a capire il passo da adottare, a cogliere il delicato equilibrio tra l’empatia verso i due protagonisti e la freddezza con cui raccontare la loro crisi: costruisce con attenzione le dinamiche tra loro ma a tratti il suo approccio pare voler guidare i due personaggi, dargli una via di fuga e non si rende conto di quanto certe sue scelte risultino rigide.

Anchorage

Poi, però, riesce ad assecondare il flusso del racconto: chiude i suoi personaggi in auto, li segue con un opprimente macchina a mano e li lascia liberi di sfogare il loro vitalismo. Così il film esplode in momenti straordinari, tra dialoghi in costante volo pindarico, sogni ad occhi aperti, un vertiginoso duetto in freestyle ed un costante tentativo di rivivificare gli spazi attraverso l’azione. E così Jacob e John giocano una partita immaginaria in un campetto da baseball abbandonato, si comportano come due borghesi mentre attraversano una zona residenziale disabitata, si ubriacano a bordo di una piscina ormai vuota. È una mossa rischiosa, quella di Monahan, che quasi si fa sfuggire il film e a volte sparisce rispetto ad un Dakota Loesch sempre più animalesco e tuttavia è indubbio che lo straniamento offerto da queste due anime agonizzanti è perfettamente centrato.

Alla fine la catastrofe è inevitabile e alla diegesi non resta che lasciare Jacob e John al loro destino. Nell’ultimo atto i due protagonisti sono ridotti a figurine, bassorilievi che Monahan osserva a distanza e pone al centro di uno straordinario piano sequenza, che spezzetta, tra campo e fuori campo, il loro ennesimo confronto.

Anchorage fa a pezzi un contesto consolidato, ma sopratutto Scott Monahan accetta i rischi e tutte le ambiguità che la distruzione comporta. Perché in fondo è anche il suo spazio, quello della regia, ad andare in frantumi. Forse così si spiega l’affascinante rapporto che instaura con i suoi personaggi, in costante equilibrio tra amore e morte, tra cinismo e affetto.

Non a caso, sul finale Anchorage cita Gerry di Van Sant, il progenitore di tutto l’indie contemporaneo, perché nel teorizzare un cinema in costante decadimento, non è detto che alle immagini morenti non venga concessa la possibilità di ricongiungersi al loro padre.

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7
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