Anima, di Paul Thomas Anderson (musica di Thom Yorke)

Cos’è esattamente questo Anima uscito il 27 giugno 2019 su Netflix? È un cortometraggio? Un videoclip esteso? Oppure un visual album compresso? Certo, non è poi così importante trovare una risposta. Perché in un’epoca dove i concetti stessi di formati o metraggi, dispositivi o piattaforme di visione, vengono quotidianamente ridiscussi… ogni prodotto audiovisivo porta con sé le proprie regole. E allora questo Anima, uscito in contemporanea all’omonimo album da solista di Thom Yorke, è un “paratesto promozionale” e nel contempo un “film” nato dalla voglia di continuare a collaborare con lo scenografo Damien Jalet dopo Suspiria di Luca Guadagnino. Ma se c’è di mezzo anche il cinema, allora, come non coinvolgere l’amico regista Paul Thomas Anderson che da tempo immagina i propri film sulle note di Jonny Greenwood (quindi dei Radiohead, pensiamo allo straordinario esperimento di Junun)? Insomma, un audiovisivo decisamente complesso questo Anima, che fonde naturalmente il linguaggio del videoclip con quello di una performance da cinema muto (un one reeler come indicato non a caso nel poster di lancio) ammiccando però a una progettazione di spazi e volumi tipica delle videoinstallazioni.

Cosa vediamo noi spettatori? La fusione di tre concezioni di movimento: quello ritmico di Yorke, quello espressionista di Damien Jalet e quello barocco di Paul Thomas Anderson. Ecco perché il referente principale di ogni coreografia diventa (dichiaratamente) Buster Keaton: il corpo performante di Yorke sfida le leggi della fisica (e delle immagini) per raggiungere il suo sogno d’amore attraverso tre step di canzoni e tre set di emozioni. Partendo da un’atmosfera alla George Orwell dove ogni movimento nello spazio della metropoli(tana) è pilotato da un’invisibile forza distopica alla quale Yorke si ribella sotto le note della canzone Not the News. Per poi notare e sfiorare una donna provocando deviazioni inaspettate (la seconda canzone è Traffic) in corteggiamenti e colori saturi alla Wong Kar-way. L’atmosfera onirica e romantica diventa il filo nascosto che lega questo film a Ubriaco d’amore o Vizio di forma, contaminandosi però con un gusto cyberpunk che Anderson non aveva mai sperimentato in precedenza. L’apice romantico si corona infine con la canzone Dawn Chorus quando i corpi di lui e lei sono definitivamente liberi di coreografare l’incontro in un abbraccio che schiude una dimensione onirica. Thom Yorke può ora addormentarsi sui riflessi lontani di proiezioni (di un film? di un videoclip? di Netflix?) che gli animano il volto.

Insomma: che cos’è questo Anima? Abbiamo visto 15 minuti di potenti immagini in movimento che cercano ancora di raccontarci una storia trasmigrando il proprio referente emotivo nei nuovi mondi possibili dell’audiovisivo contemporaneo. Accontentiamoci di questo…

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