#Animaphix2017 – SentieriSelvaggi intervista Georges Schwitzgebel

Incontriamo Georges Schwitzgebel dopo circa un’intensissima ora di Carte Blanche nella quale il maestro svizzero ha svelato parte dei suoi segreti di prestigiatore dell’animazione. E sì, perché a guardare il lavoro preparatorio di capolavori come 78 tours (1985), La jeuene fille et les nuages (2000), L’Homme sans ombre (2004), Jeu (2006), Romance (2011), Erlkonig (2015), si capisce come dietro quei pochi minuti di cortometraggio sia presente una alchimia speciale che unisce matematica e tempo, geometria e spazio, musica e immagine animata secondo regole predeterminate. La magia finale è frutto di una fatica immane con la cura certosina di ogni minimo dettaglio. Ci avviciniamo alla sua figura minuta ed elegante con un timore reverenziale, ma la gentilezza e la affabilità del grande artista svizzero muovono rapidamente la conversazione. Fa da “language sound designer” il grande Andrea Martignoni che traduce dal francese con una invidiabile scioltezza.

Lei è considerato tra i più grandi maestri dell’animazione contemporanea. Come sono cambiati dagli anni 80 ad oggi il suo linguaggio e la sua tecnica in rapporto ai mezzi a disposizione e all’incontro con colleghi di altri paesi?

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Discorso molto complesso, perché abbraccia un lungo arco di tempo. Posso dire che ogni incontro che ho fatto, ogni evento della mia vita ha influito in maniera determinante nelle scelte artistiche e nella ispirazione di alcuni cortometraggi. Anche se lavoro da solo nella fase preparatoria, modifico spesso l’idea iniziale secondo diversi stimoli esterni e moltiplicando le possibilità immaginative. Parto da uno story-board ma poi lo modifico continuamente in maniera tale che dalla singola storia nascano altre sotto-trame. Può essere il lavoro di un collega, l’incontro con una persona, l’ascolto di una musica, un particolare quadro. Tutto si modifica secondo queste influenze.

Guardando i suoi cortometraggi si nota una particolare attenzione al tempo e al movimento. Penso a 78 Tours, a L’homme sans ombre e noto una circolarità temporale che si riflette nel movimento dell’immagine. Può spiegare meglio questo effetto?

Non avendo dialoghi, la mia attenzione è concentrata sulla messa in scena attraverso le immagini. Sono sempre stato attratto dai loop temporali e in molti miei lavori esiste questa circolarità che è un effetto creato attraverso la divisione dello spazio in rapporto alla musica. Il tempo dello musica (andante, adagio, presto) determina un diverso numero di fotogrammi per secondo rispetto ai canonici 24. Dividendo lo spazio per singole scene si ottengono diversi movimenti all’interno della medesima inquadratura; in più tendo a moltiplicare i punti prospettici di osservazione.

E la musica è infatti molto importante nei suoi cortometraggi: si spazia dalla lirica alla classica passando per il valzer. Può chiarire meglio come la scelta della musica può influenzare la tecnica d’animazione?

Mio figlio è un pianista (Louis Schwitzgebel è uno dei più importanti pianisti contemporanei NdR), mia figlia una violoncellista. Sono loro che mi hanno introdotto in questo mondo. La musica rappresenta più della metà del mio lavoro, senza la musica i miei cortometraggi avrebbero una fruizione diversa e, come dicevo prima, adatto la mia tecnica di animazione secondo il ritmo musicale. Può essere un valzer o una sonata di Beethoven ma sono le note musicali che danno origine alla quantità e qualità dei fotogrammi, i personaggi all’interno delle singole scene si muovono o si trasformano proprio secondo precise cadenze dettate dagli intervalli musicali.

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Nelle sue opere ci sono diversi richiami cinematografici. Penso a Le Ravissement de Fran N Stein con la citazione del film La moglie di Frankenstein del 1935. Che rapporto mantiene con l’arte cinematografica? Quali le analogie e le differenze con il suo mondo?

Si, ci sono diversi richiami cinematografici e dal cinema ho recuperato l’importanza della posizione della macchina da presa e della criticità del punto di vista. In realtà le differenze sono notevoli, ogni fotogramma è dipinto a mano ed è davvero difficile correggere gli errori, il lavoro del montaggio e di postproduzione richiede notevole precisione.

In molti suoi cortometraggi ci sono riferimenti a quadri famosi (Escher, De gif critica 2Chirico, Matisse, Manet e tanti altri). Mi vengono in mente in campo cinematografico le opere di Lech Majewski e l’assimilazione dei quadri di Bosch e Bruegel, Il suo linguaggio può essere assimilabile a una pittura in movimento?

Si, spesso i quadri sono fonti di ispirazione, nel senso che le scene raffigurate nelle tele sono ottimi soggetti per animazioni in contemporanea. In questo momento sto lavorando sul quadro di Paolo Uccello “La Battaglia di San Romano” che si presta molto bene alla mia idea di messa in scena. In ogni spazio della tela sono rappresentate diverse situazioni, il mio obiettivo è animare le singole scene e armonizzarle in una unica inquadratura.

Per concludere, pensa che rispetto ad altre arti, il campo dell’animazione possa consentire una maggiore libertà di sperimentazione? Quanto le nuove tecniche possono influenzare i tempi di produzione di un’opera di animazione?

Deve pensare che per 5-6 minuti di girato ci vogliono almeno due anni di lavorazione. Maggiore è la precisione, maggiore è il tempo impiegato. I complimenti più belli mi sono stati fatti da alcuni letterati che mi hanno detto che dalle mie opere si vedeva che ero un attento lettore di Proust. Il mio corto Jeu è stato presentato a un congresso di matematici. Non credo dai miei lavori possa trasparire una determinata filosofia, ma ogni spettatore è portato a confrontare il proprio mondo con quello proposto dalla mia visione.

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