ANIME E CORPI: “The Host”, di Andrew Niccol

Un corpo, due anime: Saoirse Ronan in The Host di Andrew Niccol

Forse era inevitabile che le strade del 49enne cineasta neozelandese Andrew Niccol, e quelle della 40enne scrittrice (e produttrice) americana Stephenie Meyer si incrociassero, prima o poi. Perché se è vero che Niccol si è sempre occupato di fantascienza, sin dal suo primo film ormai cult, Gattaca, che dalla sua celebre sceneggiatura per The Truman Show di Peter Weir, mentre la Meyer ha praticato il genere fantasy mescolato all’horror con la sua milionaria saga di Twylight, è altrettanto vero che entrambi sembrano ossessionati non tanto dagli scenari esteriori dei generi  – che pure praticano con grande perizia e meticolosità – quando piuttosto dalle trasformazioni interiori che l’essere umano vive in questi “nuovi mondi”. E la fantascienza moderna, cui pure Niccol ha regalato molto, anche con l’ultimo bello e inquietante In Time, è alla ricerca di storie che sappiano portare la complessità della “narrazione contemporanea cinematografica”, ai livelli di quella delle serie televisive più acclamate, in quel rovesciamento, tra qualità e innovazione, che da almeno dieci anni caratterizza lo scenario hollywoodiano.

 

 

Dove eravamo rimasti con l’amore per gli alieni? Certo Avatar aveva riproposto il “mito” dell’alieno migliore dell’umano, che solo attraverso un simulacro di sé riusciva a porsi alla sua altezza (quella del cuore?). Ma il cinema moderno deve agli anni ottanta quel rovesciamento della paura per l’altro da se, in qualcosa che da E.T. (prequel Incontri ravvicinati del III tipo) di Spielberg a Cocoon di Howard, celebrarono l’alieno, il diverso, come nuovo oggetto d’amore, anticipando nell’immaginario collettivo abbattimenti di muri reali che da lì a qualche anno sarebbero caduti.

 

Quasi un balletto: The Host di Andrew NiccolMa se di rovesciamento dal clima di paura e odio dell’epoca degli anni cinquanta si era trattato, certo non però di una più complessa visione del nostro modo di essere (umani). L’umano si metteva in discussione, e l’alieno non era più necessariamente un nemico da combattere, ma un essere diverso da noi da amare. Non mettevamo in discussione le forme e le dinamiche dei nostri sentimenti, ma le direzioni. Né poi così tanto il nostro “stile di vita”. Per questo c’era invece il solito ribelle John Carpenter, che invece proprio sulle nuove strade del capitalismo anni ottanta aveva girato il suo magnifico Essi vivono, dove gli alieni erano dei mostri con le apparenze di “normalità”, di fatto sostituitisi agli umani, che non potevano distinguerli (a meno di occhiali scuri e scazzottate proverbiali).

 

The Host sembra riprendere da qui, ma rovesciando del tutto il punto di vista. Gli umani ne hanno combinati di casini, e per fortuna che sono arrivati degli alieni che, inserendosi nei nostri corpi e mutandone l’anima (vecchio mito da L’invasione degli ultracorpi), hanno salvato il mondo rendendolo un luogo migliore, pulito e pacifico, finalmente. L’unico problema è che tra gli umani non tutti accettano facilmente di essere “solo corpi”, utilizzati dalle Anime aliene. E, oltre ai pochi ribelli che si nascondono nel deserto del New Mexico, ci sono anche degli umani che fanno resistenza nei confronti dell’alieno invasore del proprio corpo. E’ il caso della ribelle Melanie (Saoirse Ronan), che pur di non farsi prendere si getta da una finestra cercando di morire, ma che viene miracolosamente salvata e “occupata” dall’Anima Wanderer, cui viene affidato il compito – dalla gelida “Cercatrice” (Diane Kruger) – di scoprire tutte le informazioni sui suoi complici e amici ribelli.

 

Due amori per due anime e un corpo: Max Irons, Jake Abel e Saoirse Ronan in The Host di Andrew NiccolE qui riparte la storia: il corpo è quello di Melanie, ma chi lo guida è Wanderer, che però deve lottare contro la forza di volontà ancora rimasta nell’animo della ragazza. Un corpo, due anime, in conflitto tra loro. E un po’ alla volta, scopriamo che Wanderer è un’Anima pura, che si lascia coinvolgere emotivamente dalla forza di Melania, che riesce a convincerla ad andare alla ricerca del fratellino e della sua famiglia nel deserto.

Ma una volta sfuggita ai Cercatori, la storia di Melanie/Wanderer si rovescia, non appena raggiunto il covo dei ribelli, capitanati dallo zio Jeb (William Hurt). Se tra gli alieni era Melanie la prigioniera, in un corpo che non poteva più comandare e gestire, tra i ribelli è Wanderer la “diversa”, e i giovani del posto, in primis il ragazzo di Melanie Jared (Max Irons) e più ancora Ian (Jake Abel) cercheranno anche di ucciderla, trovando però la fiera opposizione di Jeb. Ecco che abbiamo un alieno dentro il corpo di un’umana, la cui anima fa ancora resistenza, in un covo di ribelli. Strange in a strange land, insomma (resisJake Abel e Saoirse Ronan in The Host di Andrew Niccolte il mito del romanzo di Robert A. Heinlein), ma le storie di oggi hanno una complessità e una stratificazione narrativa a più livelli. Perché accade che Jared viva con un grande confitto la visione del corpo della sua amata che non è più lei, mentre Ian, un po’ alla volta, impara a conoscere questa aliena, che ha tradito i suoi per salvare Melanie, e ne resta affascinato dal suo modo pacifico e gentile di porsi, che la rendono, paradossalmente, più “umana” degli altri. Improvvisamente scopriamo che è Wanderer la vera protagonista del film, l’aliena diventa migliore di Melanie, innamorandosi di un altro uomo. Un corpo con due anime che amano due uomini diversi. Un amore al quadrato, insomma.

 

Come se gli amori non fossero già abbastanza complicati… Niccol e la Meyer mettono su una storia dove continuamente viene messo in discussione il nostro punto di vista. Chi sono i buoni e i cattivi?  L’Anima introdotta chirurgicamente dentro al corpo umano è un invasore o un salvatore? E soprattutto: di cosa ci innamoriamo? Se i corpi sono gli stessi e gli amori cambiano…

Alla fine The Host, sulla strada aperta da Twylight, sembra essere un inno alla diversità, ma non più “soltanto” per relazionarci con il diverso/altro che è lì davanti a noi, quando per metterci in gioco con il diverso/altro che è dentro di noi. E nella diatriba tra civilizzazione (gli alieni e le città divenute perfette) e mondi neoprimitivi (la grotta dei ribelli), sembra esplodere l’intensità di un inedito mèlo, dove non c’è abbastanza corpo per due anime in preda all’amore….

Un commento

  • Avatar

    Niccol è uno dei più grandi registi di questi anni, sarebbe ora che qualcuno lo dicesse a gran voce!