Anna, di Charles-Olivier Michaud

L’obiettivo fotografico è puntato sulle vittime innocenti di una spietata organizzazione criminale – la nota Triade cinese – dedita al traffico degli esseri umani, destinato ad alimentare il cosiddetto “turismo sessuale” asiatico. L’occhio della macchina rappresenta lo specchio più sincero e realistico posto a riflettere – e a registrare – le immagini di un mondo apparentemente lontano, sprofondato nella crudeltà – in questo caso, la Thailandia – i cui segni marcano i volti e i corpi delle giovani donne vittime dello scempio comune. Dietro lo strumento della presunta obiettività, si trova lo sguardo di Anna (Anna Mouglalis), giovane fotoreporter venuta dal Canada nella città di Bangkok per raccogliere testimonianze e materiale fotografico, ai fini di un reportage consacrato al tema della tratta delle donne-schiave, cadute nel micromondo retto dalla mafia cinese.

Anna appare, allora, come il corpo estraneo che riesce ad avere accesso a una dimensione altrimenti interdetta, pericolosamente vicina alla verità trasmessa da quei volti segnati a vita, coraggiosa e forse – illecitamente – invadente in quello spazio (e in quelle storie) dell’altrove che non le pertiene. Eppure Anna – il film – sembrerebbe fondarsi su basi molto diverse da una presunta inchiesta a sfondo sociale condotta con il fare irrispettoso e distante di un giornalista (occidentale) qualunque, sulla falsariga di Fixeur di Adrian Sitaru, quando una storia di caccia allo scoop più accattivante e drammatico veniva rielaborata alla luce di una più alta etica dello sguardo.
Nel film di Charles-Olivier Michaud la questione morale resta invece – in parte – sospesa: perché questa Anna ci sembra essere totalmente dentro la sua missione thailandese tra le donne martoriate; perché è lei stessa a circondarsi e vivere in mezzo alle mille fotografie scattate alle vittime con le quali ricopre le pareti dell’appartamento (a Bangkok prima e a Montréal poi); perché – inequivocabilmente – è il suo il nome che campeggia in testa a questa storia di efferatezze di ogni natura fin dal principio.

Anna, dunque, nasce già come vittima inconsapevolmente designata di quel mondo nel quale è entrata per caso, scesa letteralmente all’inferno senza un passaporto per ritornare indietro. Sarà solo questione di tempo e anche il suo volto assumerà “i marchi dell’anonimato”, le cicatrici che raccontano di un sopruso perpetrato senza freni ai danni di un sesso e di un corpo minori.
La donna si troverà presto ad assistere – dalla fessura dell’armadio in cui è nascosta – alle sevizie ai danni della giovanissima Mannie; attirerà su di sé l’attenzione di tutti coloro che la vedranno girovagare tra le baracche, munita di quell’ingombrante macchina fotografica alla quale è difficile sfuggire; finirà – insieme alla sua guida Kalaya – ad assistere a un combattimento tra uomini in mezzo a una calca in tumulto, altro assaggio di visceralità della violenza imperante tutt’intorno a lei. Sarà lì, proprio durate la messa in scena della guerra e della morte, che la natura del suo viaggio – e del film – cambierà per sempre: nel tempo e nello spazio sfondati da un interminabile e impeccabile piano-sequenza, Michaud scatena tutta la realtà che possa nascere dalla migliore finzione, annullando la distanza tra la giornalista e il suo soggetto, tra l’indagine e l’esperienza vissuta sulla pelle, tra la forma e il contenuto.

Anna si rivela – nelle viscere – una sorta di film-specchio ribaltato che disvela i suoi due piani “fratelli”: nella seconda parte dell’opera, Michaud saprà mostrare un Québec incredibilmente simile per ambientazioni e colori alla pericolosa Bangkok della prima parte, dove si è consumata la violenza i cui strascichi sono stati trapiantati in Canada; il volto di Anna con tutte le sue (nuove) cicatrici sarà d’ora in poi il duplicato – occidentale – di quello della defunta Kalaya; e il film stesso, tradita la sua iniziale natura d’inchiesta realistica sull’asservimento femminile in Asia, assumerà un côté thriller alla ricerca dei colpevoli dello stupro, in un blow up impossibile tra le tracce registrate dalla macchina stessa appartenuta ad Anna.
Nell’esibizione finale della violenza subita, con la quale si conclude il puzzle della memoria, non emerge alcun compiacimento né grezza passione voyeuristica per l’orrore. Michaud gioca, invece, sapientemente con il ritmo e i plurimi livelli dell’immagine e finisce per confondere il suo sguardo con quello di Anna, dei suoi aguzzini e dello spettatore. Sotto il peso insostenibile dei soprusi sul corpo femminile, fa esplodere lo schermo e il limite stesso della visibilità.

 

Titolo originale: id.
Regia: Charles-Olivier Michaud
Interpreti: Anna Mouglalis, Pierre-Yves Cardinal, Pascale Bussières, Sean Lu, Sandrine Bisson, Nathalie Cavezzali
Distribuzione: Distribuzione Indipendente
Durata: 109′
Origine: Canada, 2015