Anna, di Marco Amenta

Riesce con sorprendente naturalezza e coesione a congiungere anime diverse, si nutre dei rapporti tra identità e territorio, ma è soprattutto il ritratto di una donna dall’animo indomito.

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Una storia di resistenza contro il potere, il potere spregiudicato di un capitalismo cieco pronto a distruggere tutto. Anna è la protagonista che dà anche il titolo al nuovo film di Marco Amenta già presentato, fuori concorso, alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia 2023. Non è solo una vicenda ispirata a una storia vera e accaduta in Sardegna qualche anno fa. È soprattutto il racconto di una donna che non vuole abbassare la testa e combatte per non essere schiacciata. Non vuole essere una vittima ma non è nemmeno un’eroina.

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Anna è bella, selvaggia e magnetica come la natura incontaminata della sua Sardegna. le esperienze difficili che ha attraversato l’hanno segnata, ma non piegata: oggi Anna, interpretata da Rose Aste, è una donna libera che non vuole più avere paura. È tornata da Milano dopo la fine del suo matrimonio con un uomo che la picchiava, e ha ripreso il lavoro del padre: fa l’allevatrice e vive insieme alle sue capre producendo ricotta e formaggio, che poi vende in paese. Anna vive al ritmo del respiro della terra, una terra che cura le sue ferite e nutre la sua anima.

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C’è una forma di simbiosi tra la Sardegna e Anna: sono riscaldate dallo stesso sole, respirano la stessa aria fatta di salsedine e quel mare, tanto amato, sembra cullarle, e proteggerle, ogni notte. Dove ci troviamo? Nell’angolo remoto dell’isola, dove gestisce la piccola fattoria che era del padre. Il tempo sembra essersi fermato e la presenza di Anna con la sua energia erotica e il suo coraggioso rifiuto delle convenzioni ha la potenza di una mina pronta ad esplodere. Quella terra aspra la protegge, fino al giorno in cui sarà lei a doverla proteggere dai mostri meccanici che vogliono violentarla. Salvare la bellezza e preservare la sua libertà si fondono nella battaglia di Anna, imponendole scelte difficili e rinunce dolorose. Perché niente può comprare il rispetto di sè stessi e delle proprie convinzioni.

Amenta tratteggia così il ritratto di una donna reale, piena di difetti e fragilità, lontana da ogni stereotipo.  Vicino casa sua c’è un vecchio ulivo. “È il più vecchio di tutti”, le diceva il padre quando era ancora in vita: un albero con una forma strana che si è adattato al contesto per resistere. (Che sia un rimando a Il posto delle fragole?) Una mattina quell’ulivo l’ha protetta dal calore bruciante del sole quando era ancora una bimba dentro una cesta: le ha letteralmente salvato la vita mentre la madre giaceva morta lì vicino. “Non posso lasciare che distruggano tutto, non posso”, dice al suo avvocato aprendo per la prima volta un varco sui suoi sentimenti, lasciando filtrare alcune delle ragioni che la muovono nella necessità di difendere quella terra.

Era il 1973 quando Pier Paolo Pasolini in un articolo inserito poi negli Scritti corsari sottolineava la necessità di operare una distinzione tra sviluppo e progresso. Due termini chiave del dibattito contemporaneo, fenomeni antitetici e talvolta inconciliabili, ma spesso considerati erroneamente sinonimi. Se il progresso ha come fine il benessere sociale a lungo termine, lo sviluppo è spesso frutto di logiche meramente economiche, cinicamente pragmatiche, figlie di un capitalismo feroce e disumanizzante.

E questa storia, raccontata dal regista siciliano di La siciliana ribelle, è fatta di resistenza che si sviluppa su almeno due livelli, che si intrecciano: quella nei confronti di un potere economico che si mostra con una faccia amichevole e usa espressioni come “valorizzare il territorio”, “coinvolgimento della comunità” e “rispetto” ma poi non esita a speculare e distruggere pensando che tanto tutto possa essere comprato; e una resistenza verso una società patriarcale, violenta e prevaricatrice che la marginalizza e cerca di distruggerla, che vive la sua libertà, la sua determinazione e anche la sua ruvidità come una minaccia, che “crea problemi alla gente”. Nella sua battaglia è affiancata da un avvocato, interpretato con una bella prova d’attore dal cagliaritano Marco Zucca, che se la deve vedere con la Mirage, la società italo-francese incarnata dall’avvocato interpretato da Daniele Monachella.

Non c’è quasi colonna sonora, solo i suoni della campagna, i suoi silenzi rotti dal respiro delle macchine e il rumore assordante dei mezzi meccanici che scavano e distruggono. Inoltre, ildialetto sardo, che si alterna nei dialoghi all’italiano e che emerge quando le battute sono più “di pancia”, l’italiano quando “la testa” prende il sopravvento.

Anna riesce con sorprendente naturalezza e coesione a congiungere anime diverse e complesse. Un racconto che si nutre dei rapporti tra identità e territorio, tra passato e presente, ma è soprattutto, il ritratto di una donna dall’animo indomito, che vive liberamente a contatto con la propria terra, le proprie origini e che non accetta di farsi comprare.

 

Regia: Marco Amenta
Interpreti: Rose Aste, Daniele Monachella, Marco Zucca, Daniele Vitellaro, Giuseppe Boy, Ignazio Gavino Chessa, Francesco Falchetto, Fiorenzo Mattu, Carlo Porru, Joe Perrino, Stefano Cancellu, Sergio Cugusi, Salvatore Crisponi
Distribuzione: Fandango
Durata: 122′
Origine: Italia, 2023

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8
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Il voto dei lettori
3.8 (5 voti)
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