Anna Karina, lo schermo e la vita

Anna Karina, una vita vissuta sullo schermo. Personaggi iconici, tableaux viventi e immortali: Nana, Angela, Veronika, Odile, Suzanne, Justine, Natacha.

Sempre meravigliosamente in fuga, col suo ondeggiare lungo i boulevards parigini, le corse a perdifiato per i corridoi del Louvre, le danze tra i pini marittimi della Costa Azzurra, lanciata in macchina con i capelli al vento. In fuga da tutto ma non dalla macchina da presa, cara amica a cui strizzar l’occhio. «Bisogna farsi amare dalla cinepresa» diceva in un’intervista inedita ai “Cahiers du Cinéma”, «la cinepresa è l’occhio del regista, lo specchio», come insegnava Godard, cineasta della frontalità, colui che col suo sguardo ha osato «guardare in faccia» una bellezza straordinaria come la sua. Quel regard caméra epico e insostenibile che fa saltare ogni convenzione e che incanta.

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In lei è stato perenne scambio sublime tra schermo e vita, come quello «mediato dal velo della lacrima» – direbbe Enrico Ghezzi – che vediamo in Questa è la mia vita, o quello in Les fiancés du Pont MacDonald, piccolo capolavoro burlesque di Agnès Varda, omaggio al cinema muto incasellato in Cléo dalle 5 alle 7, in cui la regista filma l’amore di un inedito Godard ‘sans lunettes’ ed Anna Karina.

Una carriera straordinaria, iniziata da giovanissima, quando lasciata la Danimarca arrivò nell’artisticamente pulsante Parigi della nuova onda, della Cinémathèque di Henri Langlois, quando «il cinema giovane aveva vinto» (se non la guerra almeno una battaglia). Quel cinema nuovo che era in grado di filmare «le ragazze che amiamo, i ragazzi che incontriamo ogni giorno, i genitori che disprezziamo o ammiriamo, i bambini che ci meravigliano o ci lasciano indifferenti, insomma le cose come sono», come scriveva allora Godard.

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Con lui avrebbe dovuto lavorare già all’epoca di Fino all’ultimo respiro ma rifiutò perché doveva recitare in una scena di nudo. Eppure qualche tempo dopo ricevette un inaspettato telegramma firmato JLG: la voleva in Le petit soldat, e molto presto, in una celebre fuga svizzera le dichiarò il suo amore. Nel 1961 si sposarono e ne nacque un sodalizio sentimentale e artistico durato otto anni che generò film immortali come La donna è donna, Questa è la mia vita, Bande à part, Agente Lemmy Caution: missione Alphaville e Il bandito delle 11.

Furono gli anni dei suoi più grandi successi di critica come di pubblico: nel 1966 con Jacques Rivette portò a Cannes Suzanne Simonin, la religiosa, film tratto da una classica pièce di Diderot, che già aveva recitato a teatro. Fu questo il ruolo che forse più di tutti la consacrò tra i grandi. Lavorò anche con Visconti, più tardi con Fassbinder e oltreoceano con Jonathan Demme. Si dedicò alla musica, sua grande passione, lavorando al fianco di Serge Gainsbourg nella commedia musicale Anna. «Ho sempre adorato il canto. Dicono che quando avevo un anno e mezzo cantavo Lili Marleen. La musica è qualcosa che è dentro di me».

Ha saputo dare corpo e voce a quella generazione nuova e inquieta, comica e insieme malinconica ma dalla grande forza dirompente, quella del Maggio francese. Perché lei, con la sua frangia, le sue gonne, i suoi nastri e quel suo modo un po’ rauco e ammiccante di parlare e ridere nel suo francese imperfetto è quella «ragazza che amiamo» che il nuovo cinema francese ha saputo restituirci nella sua spontaneità e che rimarrà nella storia.

Eppure adesso che è morta si suole ricordarla quasi solo con una (quanto mai) riduttiva coppia di attributo e complemento di specificazione: Anna Karina, l’attrice di, la musa di, seguita dal nome di un regista, sia esso Godard, Rivette, Fassbinder o Visconti. Quasi a sottintendere che il suo solo merito sia stato quello d’incontrare grandi artisti.

Come in una celebre distopia, sembra che il telos delle donne – nell’arte e non solo – sia quello di appartenere a qualcuno, essere di e non semplicemente e autonomamente essere.

Ma allora se proprio volessimo restare nel campo delle etichette e degli epiteti, ce n’è uno che potrebbe andar bene per un’attrice straordinaria come Anna Karina: lei è stata e rimarrà la bambola perversa del cinema francese ed europeo, per dirla con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri, angelo deflagratore, femme fatale certo, ma anche e soprattutto attrice abilissima, comica, cantante, ballerina e regista.

Icona, iconica, scolpita nell’immaginario sì, ma musa di nessuno. Perché, sempre aiutandoci con le parole di questo bel libro, il cinema è donna.