Anna Magnani, la storia del cinema dentro le sue rughe.

Anna Magnani, Roma città apertaLa potenza dell’iconografia supera, a volte, qualsiasi racconto, racchiudendo nell’immagine un’epoca, una lunga striscia di memoria, una summa di eventi che ci vorrebbero biblioteche intere per raccontarli.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------
---------------------------------------------------------------

 

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------
----------------------------------------------------------------

L’eterna immagine creata da Rossellini in Roma città aperta con Anna Magnani che corre dietro il camion che sta portando il marito al massacro delle Fosse Ardeatine, condensa in pochi istanti, anni di cinema, anni di storia, diventando icona immortale della ribellione, dell’amore, della disperazione, del sacrificio e della libertà.

Era proprio lei, Anna Magnani, la splendida popolana di quel film, protagonista ispirata alla storia di una donna calabrese che compie il sacrificio estremo nel vano tentativo di salvare da morte certa l’uomo della sua vita.

Quell’immagine, che raccoglie dentro se così tante suggestive memorie, diventa raffigurazione incancellabile di una vicenda umana come quella di Anna Magnani un’attrice che dentro la scena, teatrale o cinematografica che fosse, ha gettato il cuore e l’anima, facendosi ammirare per la sua energia vitale che si traduceva in essenziale presenza scenica che si fissava nella mente dello spettatore anche attraverso un solo sguardo.

Aveva cominciato molto giovane, con una particina in un film di Augusto Genina, il film si chiamava Scampolo, ma laAnna Magnani presenza della ventenne attrice non venne accreditata. Aveva cominciato con il teatro, con la compagnia di Paolo Stoppa e, successivamente tentò, con successo la strada del cinema. Nel 1935 conobbe Goffredo Alessandrini con il quale si sarebbe sposata e nel 1936 avrebbe girato Cavalleria.

La sua caratteristica di attrice fortemente drammatica, di una vulcanica forza drammatica tanto da riuscire ad esprimerla anche nelle scene comiche o brillanti, faceva di lei un’attrice che non sembrava avesse avuto necessità di un’accademia, di una scuola, di un’insegnante, tanto era naturale la sua propensione alla drammatizzazione.

Nel 1941, quasi allo scoppiare della guerra, il film che la valorizza, Teresa Venerdì nel quale il suo personaggio di attricetta cafona e arricchita resta indimenticabile ancorché legato ad una breve sequenza. Seguono a questo una serie di film che oggi sono solo titoli dispersi dentro le pagine di una qualsiasi storia del cinema italiano, realizzati da registi che oggi sembrano essere solo nomi nei titoli di testa in TV. Finalmente soli (1942), di Giacomo Gentilomo, La vita è bella (1943), di Carlo Ludovico Bragaglia, Campo de Fiori (1943), di Mario Bonnard con Aldo Fabrizi, L’ultima carrozzella (1943), di Mario Mattoli. Tutti atti preparatori per la poco più che trentenne attrice romana per quello che sarebbe diventato, in qualche modo il film della sua vita che l’ha consacrata al grande pubblico e posta all’attenzione del cinema mondiale. Roma città aperta (1945), è l’opera che ha inaugurato la felice stagione del neorealismo facendo conoscere il nome di Roberto Rossellini in tutto il mondo. In effetti la Magnani rischiò di saltare quel Anna Magnanifilm. Un capriccio forse, per l’epoca, una manifestazione di presa di coscienza femminile, diremmo oggi. Anna Magnani non accettò il ruolo perché la sua paga era inferiore a quella di Aldo Fabrizi, come disse lei stessa … una miseria, centomila lire in più… per un puntiglio, insomma per una questione di principio. La scelta sostitutiva cadde su Clara Calamai, reduce da Ossessione. Le riprese andarono avanti per una decina di giorni. Ma cambiò il produttore del film che chiese di fare tornare la Magnani anche se l’impegno economico sarebbe stato superiore. Così partì quel film cruciale nel crocevia del cinema mondiale, con la pellicola che costava sessanta lire al metro, un’enormità a quei tempi e per la necessità e la paura di sbagliare e di non potere ripetere le scene, girato senza sonoro rimandando al dopo il doppiaggio degli attori.

Anna Magnani era diventata la Magnani, una sorta di marchio di garanzia, un’attrice moderna, che incarnava il rifiuto del criterio discriminante della bellezza a tutti i costi diceva a proposito del cinema e delle scelte di certi produttori: Ma è possibile che non si possa fare un film su una donna qualunque… che non sia bella … non sia giovane. Perché non un film su una donna della strada che non sia dive, falsa?

Ci pensò Rossellini a lavorare indirettamente in quella direzione, ci pensarono gli altri maestri che la Magnani incontrò nella sua vita.

Dapprima Alberto Lattuada, scopritore di talenti e regista sempre preso dai lati oscuri e più scomodi del costume, con Il bandito (1946), in cui lei complice del reduce Ernesto (Amedeo Nazzari), lo seduce con una sensualità spregiudicata. L’onorevole Angelina (1947) di Luigi Zampa, un film antesignano, in qualche modo, per avere raccontato la politica fatta dal basso con a capo la battagliera Angelina. L’amore (1948), film in due parti con la regia di Rossellini. La voce umana da Cocteu, è quella che meglio ricorda l’attrice. Film tutto raccolto in una lunga e intensa conversazione telefonica tra i due amanti, dentro un piano sequenza stringente prevalentemente sul primo e primissimo piano della protagonista.

Attrice di forte carattere che aveva, come in ogni popolana che si rispetti, una forte vena ironica, beffarda, quella innata voglia irridente che senza alcuna soggezione scompagina i perbenismi e motteggia le ipocrisie. Da questa forza quasi primitiva Anna Magnani traeva la sua comicità, che era sempre beffarda e pungente ed è forse per questa ragione che il sodalizio con Totò, limitato al solo Risate di gioia (1960) dell’indimenticato Mario Monicelli, pur nel suo breve volgere ha perfettamente funzionato.

È stato probabilmente, anzi sicuramente questo temperamento indomabile, ad attirare, nel prosieguo della sua carrieraAnna Magnani registi come Luchino Visconti che l’ha calata nel ruolo di madre coraggiosa e inflessibile in Bellissima (1951) che sembra interrompere il circuito virtuoso tra il mondo dello spettacolo e la credulità del pubblico. Anna Magnani, per la interpretazione così memorabile in quel film vince il suo quarto Nastro d’Argento.

Intanto si rompeva il rapporto artistico e il legame sentimentale che la legava a Rossellini, suo secondo amore dopo quello sofferto per Massimo Serato dal quale ebbe un figlio. Siamo nel 1950 e una simbolica coincidenza accompagnò la frattura tra la Magnani e Rossellini pur così strettamente legati l’uno all’altro. Mentre Rossellini è impegnato sul set di Stromboli terra di Dio con l’astro nascente Ingrid Bergman, sua futura compagna, lei a pochi passi, con William Dieterle stava girando il melodramma Vulcano, sempre sullo sfondo delle isole Eolie con la produzione della gloriosa Panaria Film.

Ma la carriera dell’attrice di Roma città aperta avrebbe avuto una decisiva appendice negli studi hollywoodiani. Una delle poche attrici italiane che nel cuore dell’industria cinematografica, abbia goduto di quel rispetto necessario nell’affidamento delle parti. Il suo volto, la sua originale e rude bellezza, colmata da uno sguardo imperioso e penetrante ha fatto di lei il volto del dramma sentimentale in La rosa tatuata (1955) di Daniel Mann da Tenneesse Williams che proprio per lei aveva scritto il dramma dell’amore tradito e che pretese che fosse proprio la Magnani ad interpretare il ruolo di Serafina. Il film ebbe come protagonista anche Burt Lancaster, ma solo lei, prima attrice italiana vinse l’Oscar per quella interpretazione. Nel 1959 Sideny Lumet la volle per Pelle di serpente con Marlon Brando e Joanne Woodward tratto, ancora una volta da un dramma di Williams.

Anna Magnani, RomaDopo il carcerario Nella città l’inferno (1958) per la regia di Renato Castellani, film che tra l’altro ebbe il merito di consolidare l’amicizia con Giulietta Masina, sarà Pier Paolo Pasolini a restituire alla Magnani quel desiderio di sapore popolare, da quartiere, quella dimensione così eroicamente umana, dentro un’epica quotidiana. Sarà Mamma Roma (1962) a completare, in qualche modo il percorso artistico dell’attrice romana, questa volta nei panni di una prostituta-madre tutta cuore ed energia, sconfitta davanti all’imponderabile facendo del film una sorta di via crucis laica, nelle corde sensibili a questi temi del poeta/regista friulano che compone con questo film un drammatico inno alla dignità pur nell’imperversare della tragedia umana.

Forse è proprio questa vicenda umana e artistica, così ricca e complessa a fare si che il primo cosmonauta che viaggiò nello spazio durante i collegamenti con la base spaziale, dopo i convenevoli salutò solo lei con affetto e ammirazione.

La sua carriera si sarebbe chiusa nel 1972 dietro quella porta dove venne guardata, per l’ultima volta dall’occhio di Federico Fellini in Roma. Quella porta si sarebbe chiusa sulla sua diffidenza di donna del popolo, che amava guardare in faccia la realtà come quando anni, prima avrebbe detto al truccatore che tentava di coprirle le rughe: A Peppì nun me coprì quelle rughe che c’ho messo tanto tempo a falle!