"Anonymous", di Roland Emmerich

La teoria, di certo non nuova, è di quelle che faranno comunque la gioia di complottisti e revisionisti storici: dietro le opere del Bardo inglese ci sarebbe stato in realtà Edward De Vere, Conte di Oxford, personaggio troppo coinvolto sia personalmente che politicamente per potersi dedicare alla parola scritta; mentre Shakespeare, dal canto suo, altro non era se non un attore di bassa estrazione sociale, squallido ed opportunista (nonché assassino?). Intorno a loro, gli intrighi di corte e le manovre politiche sullo sfondo dell’Inghilterra del regno di Elisabetta I. Anonymous comincia e termina nella New York contemporanea, sul palcoscenico dal quale Derek Jacobi (ancora nei panni di sé stesso, dopo Hereafter) racconta al pubblico questa straordinaria vicenda di verità e menzogne;  l'insegna sul cartellone del teatro diventa così il titolo di testa del film, cristallina dichiarazione d’intenti da parte di Roland Emmerich, che sin da subito si diverte a mescolare i diversi piani di realtà per immergere lo spettatore nell’auditorium. Che simpatico burlone, il regista tedesco: sembrava aver colto di sorpresa tutti quanti, scegliendo di raccontare un dramma elisabettiano esente da catastrofi ed esplosioni in CGI; e invece scopriamo che anche stavolta ha realizzato il suo ennesimo Disaster Movie, forse quello definitivo però. Perché, non pago di aver distrutto tutto quanto fosse possibile distruggere tramite alieni, inondazioni e tempeste elettromagnetiche da profezie Maya, stavolta utilizza l’arma di distruzione di massa più letale di tutte: la parola. La parola scritta, verbale, oppure, volendo generalizzare, l’Arte tout-court. Anonymous è il racconto di come la potenza del racconto sia tale da piegare sotto i suoi piedi persino la Storia, quella dei re e delle regine: a crollare, questa volta, non è Manhattan dopo il passaggio di Godzilla, né la Casa Bianca di Independence Day. Bensì, la fragilità (e la mortalità) delle misere vicende umane dinanzi alla maestosità del pensiero artistico. A Emmerich non interessa sposare la teoria del complotto, né farcela passare per buona a tutti i costi; piuttosto vuole mettere in evidenza la capacità deflagrante del mezzo di comunicazione, subordinando ad esso tutto ciò che noi conosciamo per vero: se in Bastardi senza gloria Tarantino cambiava il corso degli eventi, utilizzando il Cinema come strumento di forza e di fede, Emmerich (che di certo non possiede lo stesso bagaglio teorico) si “accontenta” di mettere in scena un universo alternativo dove la verosimiglianza storica perde qualsiasi significato. Costruisce così il miglior monumento possibile all’arte dell’uomo, alla poesia e alla prosa: tutta la prima metà del suo film è un continuo rincorrersi tra differenti piani temporali, alla ricerca disperata della Bellezza della parola e del teatro, del racconto e del testo scritto; come se la Storia fosse in realtà ben poca cosa, rispetto alla verità celata tra un pugno di manoscritti sporchi di inchiostro e sangue. E a soccombere per mano di questa ricerca sono tutti, dalle regine ai semplici commedianti, tutti accomunati dallo stesso sguardo di sorpresa e meraviglia dinanzi all’inafferrabilità del Pensiero. Nella seconda parte il film sembra perdere di vista il fulcro del discorso, abbandonandosi a manovre politiche e colpi di scena che rischiano di far venir meno la deflagrazione dell’insieme. Ma anche così, Anonymous rimane un prodotto interessante, aiutato certamente da un cast superbo sul quale spicca l’inarrivabile Rhys Ifans: una maschera dimessa e tragica, capace di auto annullare sé stesso e la fama in virtù della precedenza attribuita alla sua Opera. Più che un eroe, forse, un martire.

 

Titolo originale: id.

Regia: Roland Emmerich

Interpreti: Rhys Ifans, Vanessa Redgrave, Joely Richardson, David Thewlis, Xavier Samuel, Rafe Spall

Origine: Gran Bretagna/Germania, 2011

Distribuzione: Warner Bros

Durata: 130'

Un commento

  • bix o vattelapesca
    Avatar

    (scelgo questo spazio non essendoci spazi 'forum' attivi, non volendo criticare l'articolo qui sopra ma solo appuntando questo miniscritto mio come 'invito a'). Dispiace la mancanza di attenzione per la Semiramide ronconiana in scena al sancarlo di napoli. Eppure un Ronconi sarebbe così prezioso oggi proprio nel ramo 'lezioni di regia' anche e soprattutto per il cinema. (In effetti, la regia sembra essere una disposizione e una intelligenza, non importa tanto quale sia il suo campo ma il suo operare nel 'mondo'.) Mi è bastato ascoltarlo poche nebbiose sere fa per radio in una sua intervista a poco dalla prima ('non c'è stato bisogno di appesantimenti scenografici tanto l'opera è pura nelle sue linee essenziali') per risentirne la chiarezza anche d'insegnamento. A volte, il 'cinema' (le cui sale furono già disertate da carmelo bene nel 1970) bisogna andarselo a cercare (filmcritica), va e viene, è il nostro altrove?